Addio vecchi, l’Italia è dei seniores. “Per adattarsi serve innovazione”
Nei prossimi trent’anni gli over 70 cresceranno di quasi sei milioni
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Firenze, 13 marzo 2026 – I vecchi non esistono più. E nemmeno gli anziani. Ci sono i seniores. E il futuro sarà soprattutto loro. Perché nei prossimi trent’anni l’Italia cambierà pelle: gli over 70 cresceranno di milioni mentre i più giovani diminuiranno drasticamente. Una trasformazione che impone al Paese di ripensare welfare, lavoro, città e rapporti tra generazioni. È quello che il demografo Massimo Livi Bacci definisce il “grande adattamento”, tema della giornata di studio in programma domani alle 10 all’auditorium della Fondazione CR Firenze in via Folco Portinari, organizzata da Neodemos e Cesifin. A introdurre i lavori saranno Giuseppe Morbidelli, dell’Università La Sapienza di Roma e presidente Cesifin, e Gustavo De Santis, dell’Università di Firenze e presidente di Neodemos. La prima sessione sarà presieduta dalla rettrice dell’Università di Firenze Alessandra Petrucci con gli interventi di Cecilia Tomassini dell’Università del Molise, Silvio Brusaferro, già presidente dell’Istituto superiore di sanità e docente all’Università di Udine, e Ignazio Visco, governatore onorario della Banca d’Italia. La seconda sessione sarà presieduta da Franca Alacevich dell’Università di Firenze e vedrà gli interventi di Maria Chiara Carrozza dell’Università di Milano-Bicocca, già presidente del Cnr, Arturo Lanzani del Politecnico di Milano e Andrea Ungar, geriatra dell’Università di Firenze. Le conclusioni saranno affidate a Daniele Vignoli dell’Università di Firenze e allo stesso Massimo Livi Bacci.
Professor Livi Bacci, il convegno di Firenze parla di “grande adattamento”: che cosa significa concretamente per l’Italia adattarsi a una società in cui la popolazione anziana cresce così rapidamente?
"Significa rendersi conto che la nostra società, cresciuta e organizzata a misura di una demografia in crescita, deve rivedere il suo funzionamento per renderlo più adatto e adeguato a un mondo nel quale il rapporto tra generazioni si è capovolto rispetto al passato e le persone in età avanzata sono più numerose di giovani e bambini”.
Nei prossimi trent’anni gli over 70 cresceranno di circa sei milioni mentre i più giovani diminuiranno di undici milioni. Qual è la trasformazione più profonda che questo squilibrio produrrà nella società?
"Se nulla cambiasse, i costi di quello che chiamiamo welfare crescerebbero rapidamente, richiedendo alla popolazione attiva, che diminuirà, trasferimenti crescenti. Alla lunga queste tendenze confliggeranno e diventeranno sempre meno sostenibili economicamente e socialmente. Il sistema pubblico che paga le pensioni, la sanità, e sostiene i servizi sociali avrà risorse decrescenti, e le famiglie più piccole e più fragili, non riusciranno a integrare ciò che il sistema pubblico non sarà più in grado di garantire”.
Si parla di anziani che devono “valere di più e pesare di meno”. È un cambio di paradigma: come può una società valorizzare davvero il capitale umano degli anziani?
"In Italia, come in altri paesi ricchi, la proporzione degli anziani in buona, o relativamente buona, salute, è molto elevata. All’inizio del secolo scorso la grande maggioranza degli anziani era economicamente attiva. Oggi gli attivi oltre i 65 anni sono appena il 5% in Italia, una quota doppia in Germania, e tripla in Svezia e pari addirittura al 40% in Corea del Sud. Inoltre il lavoro si è fortemente dematerializzato e le condizioni di vita sono mediamente migliori che in passato; le indagini mostrano che a certe condizioni molti anziani sono disponibili a lavorare, magari part-time e in modo flessibile. E’ dunque ragionevole pensare che ci sia spazio per aumentarne l’impegno lavorativo e sociale (pensiamo al volontariato) dei seniores”.
Si parla anche di robotica, domotica e innovazione per sostenere la fragilità. Quanto può incidere la tecnologia nel rendere sostenibile l’assistenza agli anziani? Però bisogna aiutare anche gli anziani ad essere abili con la tecnologia...
"Non sono un tecnologo, ma penso che si possa fare moltissimo. Faccio l’esempio di Singapore, dove esiste una rete di sensori nelle abitazioni che rilevano se un anziano ha problemi, ponendo in allarme i servizi sociali. Teniamo conto che nei prossimi decenni diventeranno anziani persone sempre più alfabetizzate sotto il profilo informatico, capaci di interloquire con mezzi digitali sofisticati. E’, questa, un’area dove l’azione pubblica potrebbe essere molto efficace e a basso costo”.
Le città italiane sono pronte a diventare luoghi dove si può invecchiare bene?
"Non so se siano pronte. Ma so che sono vivibili quanto altre città di Paesi prosperi. Molto si può fare, ma occorre avere un chiaro orizzonte, agire gradualmente ma costantemente, condividere le buone pratiche. Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere i problemi all’istante”. L’invecchiamento della popolazione è spesso visto come una minaccia per il welfare. È davvero così oppure il problema è che il nostro sistema sociale è rimasto pensato per un’Italia demograficamente diversa?
"È cresciuto e si è formato in situazioni diverse, e questo riguarda soprattutto la scansione delle età, e delle prerogative che ad essa si associano”.
In un Paese dove gli anziani saranno sempre più numerosi, come cambia il rapporto tra generazioni? C’è il rischio di un conflitto tra giovani e anziani?
"Ho l’impressione che la storia di un aumento del conflitto tra generazioni sia una sorta di “invenzione” sociologica, non corrispondente alla realtà. In un’epoca di cambiamento vorticoso come l’attuale la distanza di linguaggio, comportamenti, preferenze tra giovani e anziani tende ad aumentare, ma questo non sbocca necessariamente in un conflitto. Comunque gli anziani sono ben contenti se la strada dei giovani viene spianata, anche a costo di sacrifici, e i giovani sono ben contenti se gli anziani sono autonomi e attivi”.
Guardando all’Europa e al mondo, ci sono Paesi che stanno affrontando questa transizione demografica meglio dell’Italia? E cosa possiamo imparare da loro?
"Si può imparare moltissimo, studiando e adattando le buone politiche e le buone pratiche, impegnandosi in ricerche comuni, scambiando conoscenza. Si può, ad esempio, studiare a fondo come il Giappone, il paese più “vecchio” al mondo e demograficamente gemello dell’Italia, stia affrontando la questione con azioni plurime, in atto da diversi decenni”.
Se dovesse indicare una scelta politica indispensabile perché l’Italia affronti con successo questa trasformazione demografica, quale sarebbe?
"Creare un’Agenzia indipendente, ben finanziata e autorevole, che stimoli e coordini le attività di ricerca, tecnologica e biomedica, che sostenga il trasferimento, la diffusione e la valutazione delle innovazioni, che raccolga risorse sia pubbliche che private, e che non sia un carrozzone pubblicitario delle buone intenzioni senza sostanza. E poi, abolire quando possibile la parola “invecchiamento”, un termine cupo e poco invitante: il titolo del convegno parla infatti dell’Italia dei “seniores”, non dell’Italia dei “vecchi””.
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