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“Morte di un commesso viaggiatore”: uno strano campionario

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21.05.2026

Che cosa mai avrà da dire la storia drammatica di un commesso viaggiatore, ai tempi dell’immediato Secondo dopoguerra, a un mondo dominato dall’e-commerce, in cui venditore e cliente sono materia astratta, dietro l’asettico banco digitale globale? Nulla e, decisamente tutto, perché ancora lì, in quel dramma lontano di Arthur Miller vibrano sempre le stesse corde esauste di un’umanità de-posseduta. Ancora una volta, il Teatro Argentina porta in scena fino al 24 maggio Morte di un commesso viaggiatore, per la regia di Carlo Sciaccaluga. Accumuna le due epoche, la presente e quella del 1949, la caratteristica di una profonda fase di transizione, dove il presente non contiene ormai il binomio “padrone-operaio” perché nulla esiste più di fisico rispetto a quel rapporto lontano e preistorico, in cui il piccolo imprenditore conosceva a menadito i suoi dipendenti e si faceva carico direttamente del loro benessere. E questo perché dalla produttività e fedeltà dei suoi sottoposti dipendevano i suoi stessi affari, spesso risolti da una stretta di mano tra galantuomini, almeno fino ai primi decenni del Novecento. Willy Loman (Luca Lazzareschi, veramente bravo), il protagonista, è il relitto in un mare in tempesta, attraversato dalle correnti devastanti esterne di un capitalismo in rapida evoluzione che tende a farsi puro profitto (contano solo gli affari, e non gli uomini), e dalle turbolenze interne di una famiglia in disgregazione progressiva. Per una creatura profondamente tradizionalista di padre-padrone come Willy, le false proiezioni di successo milionario sui propri figli Biff (Michele........

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