“Ma amiamo quelli che amiamo?”
Mia nonna aveva tra le sue relazioni una signora dell’alta borghesia, vedova, molto nota nella beneficenza, con una figlia già grande, ancora bella, e un figlio di quattordici anni. Le due donne erano pretenziosette, arroganti, saccenti, il figlio era carino – occhi neri e capelli biondi – ma sufficientemente nullo da essere tolto da scuola e venire messo in una piccola fabbrica dove faceva auto. Lo faceva così male che fu mandato via e tornò al suo liceo. Seppi che voleva iscriversi a un club sportivo di quelli seri, dopo avere “assaggiato”, da piccolo, un club del quartiere, e pensava che avremmo potuto cercarne uno insieme. Lui aveva quattordici anni, io ne avevo ventiquattro: eravamo fatti per capirci. E ci capimmo. I ragazzi si invecchiano per essere presi sul serio. Gli adulti si abbassano l’età per sembrare di avere più fascino. I più vecchi si invecchiano perché avere novant’anni, che onore! Veloci: si festeggi. Jacques Peyrony mi disse intrepidamente di avere quindici anni e mezzo, quando la sua età vera si sapeva da sua madre (a meno che non l’avesse ringiovanito per ringiovanirsi). Per molto tempo non l’ho visto che leggere L’Auto. “Vedo che nonostante tutto sai leggere”, gli dicevo. L’ho ritratto nelle Olimpiadi alla ricerca di un Seneca sui podi: una forzatura. Per niente stupido, e per niente noioso (doveva inventare “la partita di calcio dei monogamba”, cosa che mi sembrò abbastanza strana). Non amava che lo sport, era così.
Educato, piacente e gentile. Almeno con me si tratteneva, perché, si diceva, fosse un po’ carogna nel privato. Era ricolmo di tracotanza verso sua madre e sua sorella, rivoltava contro loro arroganti il proprio annoiato sdegno. Loro tentavano di fargli capire quanto fosse irrilevante; lui cercava di fare comprendere loro quanto fossero imbecilli; era una reciproca esasperazione, in grado di andare lontano, come abbiamo detto fin dall’inizio. Mi guarderò bene dal non dimenticare il suo totale disinteresse per i soldi. Nei cinque anni che ci siamo frequentati, non gli ho regalato che un pallone da calcio, non un centesimo, che mi ricordi, neanche mezzo. Strano punto di vista per un ragazzo: rimproverava alle sue donne di non parlare che di soldi. Quando gli regalai il pallone, mi disse: “Dovrei dirti una parola gentile. Ma non mi viene”. La terza volta che l’ho incontrai – compresa quella in cui ci eravamo conosciuti – mi disse che, mentre sua madre e sua sorella dormivano, lui era stato al cinema, ed era rientrato che continuavano a dormire profondamente. Era la terza volta nella mia vita che vedevo quel ragazzo e già aveva fatto di me il suo complice; di sicuro non avrei fatto la spia né a casa sua né a casa mia. Sono così i ragazzi e le ragazze: subito complici con il primo che capita, contro i propri genitori. E questo succede nel 1920, un anno tosto! Era già qualcosa che fosse la terza volta, e non la prima. Ed era abbastanza che non avesse, già dalla prima, spifferato nei minimi particolari segreti indiscreti e spiacevoli sulla vita privata dei suoi, come fanno molto di consueto i bambinetti dell’uno e dell’altro sesso: bambini con il moccio al naso, tutto come previsto. Ma forse la sua storia era una balla, per vantarsi! Capii dopo che tendeva a mentire un po’, non tanto, il giusto. Il club che scegliemmo era eccellente a giudicare dai trofei, e ancora migliore per il tipo di persone; erano rari quelli non fossero distinti: non si davano arie, erano ottimi compagni, corretti e leali nel gioco, ed aperti verso le classi modeste. Grazie all’intelligenza e alla capacità dei suoi dirigenti, il club arrivava ad imporre questo paradosso: poneva limiti alla competizione, al gareggiare.
Noi cristiani abbiamo il vantaggio di disporre di un Dio doppio: il Dio tutto amore del Vangelo, e il Dio feroce della Bibbia; tiriamo fuori l’uno o l’altro a seconda del caso. Il dio greco era solo philios, ovvero dio dell’amicizia, o della simpatia. Era Zeus philios che dominava nelle palestre dei tempi andati; avrebbe dovuto dettare legge anche nelle nostre. Ad eccezione della sezione del tennis per la quale non provavamo che disprezzo, tanto era composta da snob, falsi vecchi (di trent’anni) completamente odiosi. Peyrony, molto avanti sui suoi tempi, detestava gli adulti; io, facevo una distinzione tra loro quelli che avevano fatto la guerra da quelli che non l’avevano fatta, e detestavo gli ultimi, in modo che le nostre ripugnanze si sommavano l’una con l’altra. Se esistesse ancora il culto delle Ore, io dovrei venerare l’Ora in cui la prima volta posammo piede nel nostro stadio: lo stadio con i ragazzi dalle testoline, le unghie corte, le pance piatte, con i suoi cesti di basket, con il suo portico, con le sue pedane e gli ammassi di vestiti ai loro piedi, con i pali delle porte dalle reti strappate e gli ammassi di vestiti ai piedi dei pali, con le sue insegne dorate, con il suo prato delizioso, luminoso di freschezza, “ricoperto da un vasto darsi del tu”, ricoperto anche, se lo si fosse ascoltato da vicino, da un lungo sibilo di giavellotto nell’aria, il rumore secco di un disco che cade sul prato, il “clac” di un calcio dato a un pallone, i monosillabi rochi dei giocatori che si indicano l’un l’altro dribblando: strani silenzi che si fanno musica (chi dirà per sempre, di una parola o di una frase, il grande silenzio dello sport?). Tutto un insieme nobile, giovane e affascinante, che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare sarebbe stato così caduco, e lo avremmo visto scomparire ancora vivi.
Come si muovevano gli esserini, così si muovevano continuamente sopra di loro i cieli magnanimi. Lo stadio si sarebbe mosso anche lui un giorno. Mi innamorai subito della incenerita, cioè della pista di cenere[1]. Rossa come se fosse stata abbronzata dal sole, liscia come stirata dal ferro da stiro, soffice e resistente, lo si indovinava allo sguardo, come il corpo aitante nella sua gioventù. Più in là mi ero informato di tutto il lavoro che l’aveva creata. E voglio dirlo come l’amante del violino parla con minuzia dei violini. A cinquanta centimetri di profondità, uno strato di grossi sassi srotolati e bagnati. Sopra un altro strato uguale al primo........
