La finestra che si sta chiudendo
Per trent’anni abbiamo affrontato separatamente questioni che separate non erano: abbiamo assistito alla progressiva perdita di competitività di una parte dell’industria europea, alla delocalizzazione di produzioni strategiche, alla crescita vertiginosa della Cina, all’indebolimento di settori delle classi medie occidentali, alle difficoltà poste dai flussi migratori e dall’integrazione, al ritorno della guerra ai confini dell’Unione, alla crescita di movimenti nazionalisti. E per ciascuna di queste questioni abbiamo cercato, quando l’abbiamo cercata, una risposta particolare.
Ma l’Europa ha oggi un problema che forse è ancora più urgente risolvere dei molti problemi di cui quotidianamente discute, e questo problema è semplicemente il tempo che ha ancora a disposizione per nascere. L’Europa deve cioè decidere se vuole diventare un soggetto politico oppure rimanere prevalentemente un’associazione di Stati sovrani che collaborano finché riescono a mettersi d’accordo.
Non è una questione accademica. La globalizzazione degli ultimi decenni ha consentito ai consumatori occidentali di acquistare moltissimi beni a prezzi inferiori e ha prodotto enormi vantaggi economici; ma ha contemporaneamente contribuito, insieme ad altri fattori, a spostare produzioni, investimenti e competenze verso altre aree del mondo. La questione europea della competitività è ormai riconosciuta dalle stesse istituzioni dell’Unione. E nel frattempo il mondo nel quale quella globalizzazione era nata è quasi scomparso: Stati Uniti e Cina competono apertamente sul terreno economico e tecnologico, la Russia ha riportato una guerra di conquista in Europa e la sicurezza energetica e quella militare sono tornate questioni essenziali.
In un mondo di giganti, ventisette medie e piccole potenze possono avere tutte le bandiere che desiderano, ma rimangono ventisette medie e piccole potenze. Eppure, l’Europa non è affatto morta nella coscienza degli europei: è questo l’aspetto più interessante della situazione attuale. Nella primavera del 2026 il 72 per cento dei cittadini dell’Unione dichiarava che il proprio paese aveva tratto beneficio dall’appartenenza all’Ue; l’81 per cento era favorevole a una politica comune di difesa e sicurezza e il 60 per cento si diceva ottimista sul futuro dell’Unione. Pochi mesi dopo, un’altra rilevazione del Parlamento europeo registrava addirittura il 74 per cento di cittadini convinti dei benefici dell’appartenenza all’Unione, il dato più alto mai rilevato per quella domanda, eguagliato soltanto nel 2025; il 73 per cento chiedeva, inoltre, che l’Europa disponesse di maggiori mezzi per affrontare le sfide globali.
Dunque gli europei non sembrano affatto desiderosi di sbarazzarsi dell’Europa. Ma qui comincia il paradosso, perché domandare a un italiano, a un francese o a un tedesco se ritiene vantaggiosa l’appartenenza all’Unione non significa domandargli se sia disposto a pagarne il prezzo politico. E persino chiedergli se desideri una difesa........
