La grazia e l’algoritmo: due volti di una stessa potenza
Nei capitoli centrali della sua prima enciclica, Leone XIV impianta il proprio discorso sull’Intelligenza artificiale su un dittico che è al tempo stesso diagnosi e prognosi: da una parte la critica del transumanesimo e del postumanesimo, ricondotti a un unico “mare di presupposti” fatto di “centralità della tecnica” e di “sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana” (paragrafo 116); dall’altra la proposta di un autentico “più che umano”, che non nascerebbe dalle promesse del potenziamento, bensì da quella “trasformazione” che “supera la capacità della natura” perché è opera di Dio (paragrafo 127). Che il transumanesimo debba essere respinto in quanto “svaluta il limite e promette una salvezza puramente tecnica” (paragrafo 117) è tesi coerente con una linea magisteriale che risale almeno all’ammonimento di Romano Guardini sul “retto uso della potenza”, richiamato al paragrafo 93. Ma la portata del dittico si misura sul termine positivo, non su quello critico. E il termine positivo l’enciclica lo edifica affermando che “l’essere umano non è chiuso nei confini della propria natura, ma è chiamato a trascendere se stesso” (paragrafo 127), e precisando, con Tommaso, che tra la nostra natura e la vita di Dio corre una “distanza infinita” che soltanto “l’Infinito che si dona” può colmare, “superando la sproporzione infinita” (paragrafo 127). Ne consegue quel movimento che l’enciclica chiama “ri-creazione dell’umano” e riassume nella formula paolina della “nuova creatura” in Cristo (2Corinzi 5,17, cit. paragrafo 127); così come, al paragrafo 128, la formula secondo cui si “giunge ad essere pienamente umani” soltanto quando si è “più che umani”, ossia quando si permette a Dio di condurci “al di là di noi stessi”.
Il dispositivo è chiaro: da un lato il transumanesimo, colpevole di voler superare l’uomo per via tecnica; dall’altro il cristianesimo, che in quel medesimo superamento, in quel trascendere,........
