Referendum, la buona novella della Chiesa fuori dall’arena
Il valore civile, ma anche cristiano, del passo indietro. Nel delirio delle dichiarazioni ossessionate dal darsi ragione, fa notizia la decisione di monsignor Francesco Savino, uomo forte della Cei, di non partecipare al convegno di Magistratura democratica “Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro”.
Un abito talare accanto alle toghe combattenti avrebbe aggiunto un altro tassello ad una degenerazione sotto gli occhi di tutti. Non è in discussione il diritto di politicizzare un referendum. Lo hanno fatto tutti e da sempre, quindi su questo lo scandalismo non attacca. Il punto è la deformazione della realtà – “a chi vuole che la politica controlli la magistratura, la risposta è no”. È il trattare da fascisti o criminali i fautori della riforma. È l’ormai esplicito capovolgimento della civiltà giuridica: cosa ci farebbe un uomo di Chiesa accanto a chi sostiene che il processo serve a dimostrare non la colpevolezza ma l’innocenza dell’imputato? Magistratura democratica non è una sede neutrale, ma il laboratorio ideologico del giustizialismo e un baluardo del correntismo giudiziario. Andarci proprio mentre il Paese si divide in due significava inevitabilmente entrare in una partita politica. Per questo, la scelta di fermarsi va letta come un gesto di prudenza ecclesiale e soprattutto di richiamo ad un ruolo della Chiesa che dev’essere ben più alto rispetto alle fazioni.
Il Vaticano, nella storia repubblicana, ha spesso svolto una funzione preziosa: non guidare il conflitto politico, ma impedire che degenerasse. Del resto, la cultura costituzionale che nasce nel dopoguerra – Dossetti, Moro, La Pira – non ha mai pensato alla giustizia come a una missione morale capace di sostituire la politica. Al contrario, ha sempre insistito su un principio squisitamente liberale, cioè che nessun potere può derogare dai suoi confini e dall’equilibrio con gli altri. Negli ultimi decenni questo equilibrio si è sgretolato. In Italia la giustizia è diventata il luogo simbolico della redenzione civile, la scorciatoia con cui la parte più agguerrita dei pm non riconosce più alla politica una piena potestà legislativa perché si è fatta “politica” essa stessa. Lo si vede chiaramente in questi giorni, dove a discutere con Meloni, Nordio e Tajani non sono tanto Schlein o Conte quanto Gratteri, Parodi e Woodcock.
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Proprio per questo, il ritrovato stile della Cei è una buona notizia. Non perché la Chiesa debba tacere. Ma perché la sua voce non può sommarsi a quella di una delle tante stridule tifoserie italiane. Per oltre 30 anni abbiamo visto la malattia forcaiola trasformarsi in senso comune. È bello, oggi, pensare ad una Chiesa che, nel momento del conflitto civile più serrato, evoca Rosario Livatino e la giustizia come “cura dell’altro”. E ricorda a tutti che lo Stato di diritto non è una bandiera di parte. E che sia la politica sia la giustizia vivono solo se accettano il principio del limite.
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