L’omicidio di Alice Neri. Gaaloul, ricorso in Appello: "Condannato senza prove. Errori e lacune nelle indagini"
Il 31enne tunisino è ritenuto colpevole di aver ammazzato a coltellate, nelle campagne di Concordia, la giovane mamma di Ravarino Alice Neri
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Modena, 11 marzo 2026 – "Un processo esclusivamente indiziario senza nessuna fonte di prova che, quindi, non dimostra la colpevolezza dell’imputato oltre ogni ragionevole dubbio. Il procedimento – sostiene la difesa – è stato caratterizzato da ambiguità fattuali, incertezze ricostruttive e possibili spiegazioni alternative non considerate. Un percorso investigativo segnato, sin dalle sue prime fasi, da significative criticità metodologiche e da errori".
È su questo assunto che si basa l’atto di Appello, di oltre quattrocento pagine, depositato dall’avvocato Roberto Ghini, difensore di Mohamed Gaaloul, condannato lo scorso luglio a 30 anni per l’omicidio della giovane mamma di Ravarino Alice Neri.
I 3 elementi che colpevolizzano Gaaloul
La donna fu uccisa con almeno sette coltellate nella notte tra il 17 e il 18 novembre 2022 nelle campagne di Fossa di Concordia. Ora, dopo la formalizzazione del ricorso, si attende che la Corte d’Assise d’Appello fissi la data dell’udienza.
La difesa sostiene come la sentenza impugnata basi la colpevolezza di Gaaloul, 31enne tunisino, su tre soli elementi: "La conoscenza dei luoghi da parte dell’imputato, circostanza mai contestata – sottolinea il legale –, il fatto di essere stato, per quanto noto, l’ultimo soggetto ad aver visto la vittima e le dichiarazioni ritenute false rese dall’imputato nel corso delle indagini".
Secondo il difensore, tutti gli altri elementi richiamati nella motivazione svolgerebbero una funzione meramente accessoria e non avrebbero autonoma valenza probatoria.
Il giudizio di responsabilità si fonderebbe quindi su un ragionamento "esclusivamente indiziario", ribadisce.
Nelle motivazioni della condanna, pronunciate dalla Corte d’Assise presieduta dalla dottoressa Ester Russo, si afferma invece che la "combinazione congiunta tra gli indizi e la sequenza di menzogne rese dall’imputato in dibattimento non potrebbe trovare alcun diverso percorso ricostruttivo se non quello che individua l’assassino nella persona di Mohamed Gaaloul".
Gli indizi pur senza movente
Secondo la Corte, pur in assenza di un movente chiaramente individuabile, a carico dell’imputato sarebbero emersi "indizi assolutamente pregnanti e univoci" tali da "attenuare fortemente l’importanza dell’esclusione delle piste alternative".
Una ricostruzione che l’avvocato di Gaaloul contesta radicalmente. "L’imputato è stato l’ultimo ’visto e rilevato’ con la vittima, si legge nella sentenza, ma un’ora prima dei fatti... – precisa la difesa –. Gaaloul aveva familiarità con i luoghi, dice la Corte, ma come migliaia di altre persone – fa presente il difensore –. Vi sarebbe prova di una ’probabile’ (non certa) presenza contemporanea di imputato e vittima in quel luogo, ma per quanto riguarda il dna rinvenuto sul mozzicone di sigaretta, si è dimostrato come presumibilmente si tratti di un trasferimento secondario derivante da un contatto precedente".
Gli interrogativi della difesa
Secondo la difesa restano aperti vari altri interrogativi anche sul rogo dell’auto in cui è stato rinvenuto il cadavere carbonizzato di Alice Neri: "L’imputato avrebbe maneggiato la tanica, ma quando? È stato dimostrato che pochi giorni prima era seduto su quella stessa tanica, che peraltro presenta un dna misto. Il contenuto della tanica sarebbe stato usato come accelerante, ma nessuno lo ha accertato".
Tra i punti centrali dell’Appello vi è anche la mancata perizia sulla dinamica di quell’incendio, richiesta dalla difesa per tre volte ma mai disposta, lamentano.
Viene inoltre evidenziata, secondo l’avvocato Ghini, un’altra criticità investigativa: "La zona teatro dell’omicidio era raggiungibile attraverso sette strade, ma furono acquisiti i filmati delle telecamere relative soltanto a tre vie di accesso".
La difesa sottolinea infine come il traffico dati dei profili social della vittima sia stato inizialmente preservato, ma successivamente cancellato perché l’autorità giudiziaria non avrebbe richiesto a Meta la conservazione dei dati.
"Hanno scelto la via più facile – afferma l’avvocato Ghini – quella di confermare un teorema costruito dall’accusa che, dopo pochi giorni dall’inizio delle indagini, convinta di aver individuato il colpevole, ha progressivamente abbandonato ogni ipotesi alternativa. L’idea che il traffico dati dei profili della vittima sia stato perso perché ci si è dimenticati di chiedere a Meta di conservarli è qualcosa di incredibile e inaccettabile".
Il difensore conclude: "La domanda è semplice: chi ha davvero cercato la verità? Abbiamo chiesto tre volte una perizia sull’incendio e non ci è mai stata concessa. Era l’accertamento più importante.
La condanna indiziaria è possibile solo se ogni ricostruzione alternativa è logicamente impossibile o radicalmente implausibile: non è questo il caso".
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