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Luca Carboni, ritorno nella sua Bologna. Vita e musica anche in un libro

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19.04.2026

Il tour di Luca Carboni fa tappa anche. a Cervia il 14 luglio e a Modena il 17 luglio

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C’è stato un periodo, tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, nel quale il panorama musicale bolognese viveva soprattutto sottoterra, attraverso un percorso fatto di cantine diventate sale prove. Luoghi dove nascevano canzoni e anche scene originali, il rock demenziale degli Skiantos, ad esempio, ma soprattutto erano spazi di incontro e socializzazione. In questi ambienti umidi, jazzisti, sperimentatori elettronici, punk antagonisti creavano le basi per quel riconoscimento, arrivato nel 2006 che ha fatto di Bologna la ‘Città creativa della musica Unesco’. Cantine nelle quali muoveva i primi passi un giovanissimo Luca Carboni, molto prima del folgorante incontro con Lucio Dalla e l’inizio della carriera da grande protagonista della scena più poetica della canzone italiana. Una storia affascinante, che il cantautore, atteso alla Unipol Arena di Casalecchio di Reno per due date dell’acclamato tour del suo ritorno dal vivo, questa sera e domani (per il concerto di lunedì 20 c’è ancora qualche biglietto disponibile), ha raccontato nel suo libro, in uscita il 12 maggio Luca non parlava mai (SEM).

Il volume non è solo un sentimentale racconto della geografia dell’appartenenza, ma è un omaggio alla sua fonte di ispirazione principale, le strade, i vicoli, le piazze, le case degli amici, gli studi di registrazione, un sistema di relazioni sociali, anzi, ‘una regola’ per citare il titolo di uno dei suoi brani più famosi, senza il quale non sarebbero nati tanti testi entrati nell’immaginario della nostra musica pop. Un intreccio tra creatività e città che fa del libro una sorta di guida amorevole, dove Carboni ci porta in una Bologna rievocata con gli occhi dello stupore e della gratitudine.

Le cantine, appunto, come quella che aveva preso il nome di Mutanda Rock, in via Cesare Battisti, proprio affianco a un vero ‘tempio’ del suono, la storica sala, ancora attiva della Doctor Dixie Jazz Band, dove anche uno dei più importanti jazzisti di tutti i tempi, Chet Baker, ha lasciato una impronta. Qui un giovanissimo Carboni provava con il suo primo gruppo, i Teobaldi Rock, negli anni della vivacità artistica post ’77. Poi, e non poteva essere diversamente, ci sono le pagine che ricostruiscono le notti senza fine, quando le saracinesche chiudevano, nella trattoria Da Vito, in Via Musolesi, dove trovò il coraggio di far ascoltare per la prima volta le sue composizioni al suo maestro riconosciuto Lucio Dalla, riuscendo a distrarlo dalle accanite partite di tarocchino bolognese con l’amico Francesco Guccini. Scorrono, come fossero fotogrammi di un documentario, le descrizioni che ricordano i pomeriggi trascorsi nella parrocchia di Via Zanardi, la mansarda in via d’Azeglio, San Luca, lo Stadio dall’Ara, il PalaDozza, l’Appennino delle estati da adolescente, le colline dove adesso vive, la Riviera Romagnola.

Tutti luoghi del cuore attraverso i quali si sviluppa una avventura artistica ed umana nella quale Carboni non smette di specchiarsi con immensa felicità. Come ha detto in apertura del suo concerto dello scorso gennaio alla Unipol Arena, abbracciando dal palco il pubblico in adorazione: ‘Bologna finalmente!’.

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© il Resto del Carlino