Benzina a 4 dollari: gli americani fanno i conti con la guerra. Ma c’è chi sta guadagnando miliardi
Una donna iraniana cammina a fianco a un murale con la Statua della Libertà a Teheran, in Usa (Ansa)
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Washington, 11 aprile 2026 – La guerra in Iran torna a presentare il conto agli Stati Uniti, e lo fa nel modo più immediato per milioni di famiglie: il prezzo della benzina. In poche settimane il costo medio di un gallone è balzato a 4,15 dollari, contro i circa 3 dollari registrati prima del conflitto. Un’impennata che si riflette direttamente sull’inflazione e sul potere d’acquisto degli americani, mentre il settore petrolifero beneficia della nuova corsa del greggio.
L’inflazione sale al 3,3%
Già nel mese di marzo 2026 l’inflazione annua è salita al 3,3%, dal 2,4% di febbraio. A trainare il rialzo è stata soprattutto l’energia, con i prezzi della benzina cresciuti del 21,2% in un solo mese, il balzo più forte da quando esistono le rilevazioni ufficiali, cioè dal 1967. Un dato che fotografa l’impatto immediato del conflitto sul portafoglio degli americani, costretti a pagare di più per spostarsi, lavorare e vivere.
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Il rincaro dei carburanti è solo la punta dell’iceberg. Gli analisti avvertono che l’effetto si estenderà nei prossimi mesi ad altri settori, dai trasporti all’agricoltura, con un effetto a catena sui prezzi al consumo. Anche le aspettative dei cittadini confermano il clima di incertezza: secondo l’indice Michigan, l’inflazione attesa per il prossimo anno è salita al 4,8%, rispetto al 3,8% del mese precedente.
Come documentato nelle comunicazioni aziendali riportate da Reuters, giganti come Amazon hanno già introdotto una "fuel and inflation surcharge" del 3,5% per compensare i costi di trasporto. Persino il servizio postale nazionale, Usps, ha annunciato aumenti tariffari legati all'energia. Per una famiglia media, secondo i calcoli del Siepr, prestigioso centro di ricerca non partitico situato nella Stanford University in California, tutto questo si traduce in una spesa extra di circa 850-900 dollari l'anno, una vera e propria "tassa sulla guerra" che colpisce duramente chi vive di stipendio.
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Sul fronte opposto, mentre gli americani comuni, ovvero i lavoratori e classe media, spesso indicati con l’espressione “yankee peones”, fanno i conti con il caro vita, le grandi compagnie petrolifere cavalcano l’onda dei prezzi elevati del greggio, alimentati dalle tensioni geopolitiche e dai timori legati allo stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale. Secondo stime di Rystad Energy, riprese da Cbs News e Financial Times, i produttori di shale oil statunitensi stanno beneficiando di un "windfall" (profitto inaspettato) stimato in 63 miliardi di dollari extra grazie alle quotazioni del greggio stabilmente sopra i 100 dollari. Trump oggi ha dichiarato che un numero “massiccio” di petroliere completamente vuote, “tra le più grandi del mondo”, è diretto verso gli Usa per caricare “il miglior petrolio” e il “gas più dolce del mondo”. Scrive su Truth il tycoon: “Vi stiamo aspettando, tempi di consegna rapidi. Presidente DJT”.
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La reazione di Wall Street
I mercati, almeno per ora, sembrano aver già scontato il quadro. Wall Street si muove senza scossoni e i rendimenti dei Treasury a due anni sono leggermente scesi al 3,75%, segno che gli investitori restano cauti, ma non sorpresi. Più delicata la posizione della Federal Reserve: il presidente Jerome Powell ha avvertito che il conflitto rischia di ritardare il ritorno dell’inflazione verso il target del 2%, obiettivo mancato negli ultimi anni a causa di shock come pandemia, guerra in Ucraina e tensioni commerciali.
Il nodo ora sono i tassi d’interesse. Prima della guerra, gli operatori scommettevano su due tagli nel corso dell’anno. Oggi le aspettative sono cambiate radicalmente: la probabilità di una riduzione entro il 2026 è scesa al 30%, mentre torna sul tavolo anche l’ipotesi di una nuova stretta monetaria.
L’amministrazione Trump: “Effetti temporanei”
L’amministrazione Trump continua a sostenere che gli effetti economici della guerra saranno temporanei, parlando di “turbolenze di breve periodo” destinate a rientrare con la stabilizzazione dello scenario internazionale. Una lettura che punta a rassicurare mercati e opinione pubblica, soprattutto in vista delle elezioni di medio termine di novembre, ma che appare sempre più sotto pressione alla luce dei dati su inflazione e carburanti.
Secondo diversi osservatori, proprio il peso del caro energia sui consumatori avrebbe spinto la Casa Bianca ad accelerare i contatti diplomatici per un possibile allentamento delle tensioni con l’Iran. Ma con il traffico nello stretto di Hormuz ancora ridotto ed il mercato energetico in equilibrio precario, secondo molti osservatori, il rischio è che il peggio potrebbe non essere ancora passato.
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