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Strage di Suviana. I genitori di D’Andrea: "E’ una vergogna. Vogliamo la verità"

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02.04.2026

Da sinistra, il papà Daniele, Alessandro D’Andrea, la sorella Nicoletta nel giorno della laurea, la sorella Federica e la mamma Carla

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"Non passerà mai, questo dolore. Che non è un dolore come gli altri. Diventa vedovo chi perde la moglie, diventa orfano chi perde i genitori. Ma chi perde un figlio cosa diventa? Non c’è nemmeno un termine che possa indicarla, questa cosa. Ed è vergognoso che oggi, a distanza di due anni dalla tragedia di Suviana, non abbiamo nemmeno una piccola risposta sul come e perché sia accaduto tutto questo. Non sappiamo nulla. Le indagini non procedono. La paura più grande è che tutto finisca in una bolla di sapone, senza colpevoli. E che si spengano i riflettori e si smetta semplicemente di parlarne".

Il 9 aprile 2024 Daniele D’Andrea e Carla Consoloni hanno perso il figlio Alessandro, 37 anni, nello scoppio alla centrale idroelettrica di Bargi, in quella che sarà ricordata come la strage di Suviana: tra le sette vittima rimaste uccise quel giorno, sepolte sott’acqua, c’era anche lui. Originario di Forcoli e residente a Milano, era figlio amatissimo, pilastro della famiglia (oltre ai genitori, le sorelle Federica e Nicoletta), compagno di una vita della sua Sara, che adorava.

Cinque gli indagati per la strage. Ma le risposte, allo stato delle cose, sembrano ancora lontanissime. Oggi le indagini vanno a rilento perché non si può scendere sotto il piano -7 dell’impianto e recuperare il resto del materiale utile all’inchiesta.

Un altro dolore per voi genitori? "Vivere tutto questo senza nemmeno poter capire cosa sia accaduto ad Alessandro, là sotto, è uno strazio che non si può spiegare. Per di più, lo spettro dell’incertezza sul futuro, cioè non sapere nemmeno se la situazione un giorno si sbloccherà o no, è inaccettabile".

Vi siete fatti sentire? "Di recente abbiamo scritto una lettera alla Procura, chiedendo di sapere come sta procedendo l’inchiesta. Siamo arrabbiati, non si può andare avanti così. Siamo pronti a qualsiasi cosa, ci incateniamo, ci mettiamo a urlare. Perché l’ingiustizia nostro figlio non se la merita. Va bene tutto ma non questo. Sappiamo che l’inchiesta è difficile, non vogliamo giudicare nessuno, ma devono pur dirci qualcosa".

Com’è la vostra vita oggi? "Un incubo. Perché Alessandro è sempre lì, davanti ai nostri occhi. Non passa un attimo senza che il nostro pensiero vada a lui. Non solo qui in casa c’è un vuoto incolmabile, ma anche fuori. Con me (spiega il babbo, ndr) faceva tutto: la caccia, il tartufo, il lavoro nei campi, mi aiutava. E nemmeno questo è bastato all’Inail, che ci ha dato un risarcimento ridicolo, di 11mila euro".

Chi era Alessandro? "Un ragazzo straordinario, che si era fatto da sé, che aveva studiato tanto e trovato lavoro. Ciò che è peggio è sapere che ha perso la vita proprio lavorando. Non osino dare la colpa a lui, che sapeva esattamente quello che faceva, non osino darla a quei ragazzi che hanno perso la vita. Sarebbe troppo facile dare la colpa a chi non c’è più, a chi non può più difendersi".

Cosa è rimasto là sotto? "Tutti i suoi effetti personali. Il suo telefonino, il computer, lo zaino, le chiavi di casa. Il quaderno degli appunti con i progetti per la casa. Sono sciocchezze, direte. Non per noi. Certo che non staremmo meglio riavendoli indietro, niente può alleviare il dolore, ma almeno avremmo le sue cose. Da vedere, da toccare. Invece non esisteranno più, sono sepolte sott’acqua e probabilmente ci resteranno per sempre".

Quando l’avete sentito l’ultima volta? "Ha mandato un messaggio alle 13.30. Diceva che un compressore l’avrebbe trovato facilmente, ma che sarebbe stato un po’ complicato portarlo giù. Poi, attorno alle 14.30, l’esplosione. Ogni tanto, ci andiamo a rileggere quel messaggio".

Nei giorni successivi, la confusione, poi la conferma: Alessandro era tra le vittime. "All’inizio il cervello si rifiutava di accettare quel pensiero. Ma era tutto vero. Non doveva succedere a nostro figlio. Non dovrebbe succedere a nessuno. Almeno, adesso, ci dicano il perché".

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© il Resto del Carlino