Margherita scrive un libro per ritrovare le figlie perdute: “Ricordi e dolore diventano luce”
Da sinistra Maia (Dora), Margherita Lanteri Cravet (Iris), Mia (Milla) e Micol (Ava)
Articolo: Da discarica a progetto inclusivo. Nasce il Campus dei Campioni
Bologna, 13 marzo 2026 – “Maia, da bambina, quando andava in vacanza al mare coi nonni o via con gli scout, mi diceva proprio così: ’ma dopo torno’, per rassicurarmi, perché io le dicevo sempre ‘ma come farò senza di te!’”. Parole incoraggianti che ancora risuonano nel cuore di Margherita Lanteri Cravet classe 1970, bolognese d’adozione con un lavoro in Comune, e che sono diventate il titolo del suo debutto letterario ’Dopo torno’ (Pendragon), una magia narrativa per ritrovare le figlie che ha perduto qualche anno fa: Micol, nata a Bologna l’8 ottobre 2000 è morta a Errachidia in Marocco il 9 giugno 2023 in un incidente d’auto, e Maia, nata sotto le Due Torri il 13 marzo 2008 e morta qui il 16 agosto 2020 per un glioma della linea mediana.
Loro sono le protagoniste del romanzo che poggia su un interessante artificio letterario, dove divengono Dora e Ava: nel primo anniversario della morte di Micol-Ava, le due tornano a Bologna, attratte dalle persone e dai luoghi che hanno conosciuto e amato.
Qui dove la vita continua per la mamma Iris, Brando il papà e Milla, la terza sorella, tre nomi d’invenzione per Margherita, il marito Massimo e la figlia Mia, 24 anni, che studia attualmente Medicina. Il padre Massimo Di Menna (Brando) a San Lazzaro ha dato vita al Campus dei Campioni dedicato alle figlie.
Margherita, quando si è sentita pronta per scrivere questo libro?
“Ho sempre scritto fin da quando ero una bambina ma questa è la prima volta che mi impegno, anche per lasciare una testimonianza a mia figlia Mia, che ora fa l’Erasmus in Polonia ed è una grandissima lettrice, come tutti noi in famiglia. Sapendola una giudice severa, come del resto sono io, due anni e mezzo fa mi sono iscritta a Bottega Finzioni dove ho imparato tantissimo, soprattutto a come arrivare all’essenziale, buttando via tantissime cose. Perché tramutare tanti ricordi e tanto dolore in una storia, cercando di renderla luminosa pur nell’orrore delle due tragedie, necessitava di rinuncia al superfluo come reazione al peso del vivere, secondo quel senso che Italo Calvino dava all’essenziale”.
«Ava si schiarisce la gola:
“Possiamo girare il mondo in lungo e in largo, attraversare epoche e continenti, capire in un batter di ciglia il meccanismo di tutto...
Anche tornare da chi amiamo, se ci va.
Dora la guarda e non annuisce».
Scrivere questa storia per lei è stata una terapia?
“Mi sono impegnata tantissimo anche se naturalmente stavo male a rievocare certe cose. E l’esercizio di tramutarle in letteratura è stato una sorta di terapia d’urto, anche taumaturgico. Non sono andata da psichiatri o psicologi, non ho preso psicofarmaci, ma ho fatto questo e tanto altro, proprio perché mi piace tanto, c’è una grande creatività. Se si decide di restare e si ha un figlio, è il caso di dare il buon esempio, reagire e cercare di fare il meglio con quello che si ha”.
Come ha immaginato la trama?
“Ho immaginato il ritorno di questa ragazza, Ava, e questa bambina, Dora, nella loro città. Ritornano ma non possono infrangere la barriera tra la vita e la morte, si sentono escluse dalla realtà, ma si divertono anche sfruttando questa sorta di invisibilità. Ava torna a vedere i suoi amici, il suo ragazzo, insieme scoprono i cambiamenti avvenuti nella vita delle persone care e arrivano nella casa di famiglia: si comincia a pensare che siano creazioni della madre. Insieme gireranno nella città, nei luoghi del cuore, il parco del Pellegrino, Villa Spada, le scuole Longhena, il centro storico, via del Borgo San Pietro”.
Lei ha trovato la sua nuova dimensione?
“Un messaggio del libro è senz’altro che la paura fa vivere male e non protegge. Spesso il colpo arriva da un’altra parte rispetto a quella temuta, tanto vale scacciare il pensiero. A che serve manifestare un dolore per cui non esistono parole? Meglio portarlo in giro in mezzo alla gente, sorridere, interessarmi agli altri”.
Il libro sarà presentato il 25 marzo in Salaborsa.
© Riproduzione riservata
