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Giulia bullizzata, il racconto del padre: le botte e poi l’umiliazione. “Adesso baciaci le scarpe”

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13.04.2026

Giulia alla Festa della polizia di Ancona

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Pesaro, 13 aprile aprile 2026 – “In ginocchio a baciare le scarpe”: da quell’umiliazione al segno rosso in campo per esprimere solidarietà a Giulia. Andrea Malibrani, il padre della ragazza vittima di bullismo, ricostruisce quanto accaduto a sua figlia due anni fa a Senigallia. Andrea ora vive a Castelleone di Suasa, ma per anni è stato residente a Mombaroccio. La sua storia e quella di sua figlia Giulia hanno unito due province, Ancona e Pesaro, nel segno della lotta al bullismo.

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Quando ha capito che quello che è accaduto a Giulia non era “una cosa tra ragazzi” ma qualcosa di più grave?

“Quando mia figlia quel pomeriggio mi ha chiamato. Mi ha detto che era successo ‘un mezzo casino’, ma dalla voce ho capito che era molto scossa. Quando poi mi ha raccontato tutto, ho capito che non si poteva lasciar correre”.

Cosa è successo quel giorno?

“Tutto parte da prima. Giulia conosceva quella ragazza da anni, avevano fatto scuola insieme fin da piccole. Poi negli ultimi tempi si erano sentite sui social, perché da parte di quel gruppo c’era l’idea che Giulia avesse detto o fatto qualcosa contro di loro. Quel giorno era con due amiche al McDonald’s di Senigallia. A un certo punto entra questo gruppo, una decina tra ragazzi e ragazze. Una la vede e dice ‘c’è Giulia’ e quella che era stata sua amica si avvicina e le chiede di uscire fuori. Ma da sola: alle altre due dicono di restare dentro. Fuori iniziano a discutere, le dicono che sui social fa la grande e poi dal vivo trema. Giulia risponde a tono e a quel punto parte il primo schiaffo e poi altri. Ma la cosa più pesante arriva dopo: le dicono che per chiedere scusa deve mettersi in ginocchio e baciare le scarpe. Le dicono anche di scegliere a chi farlo. Lei, in mezzo a quel gruppo, ha scelto la ragazza con cui aveva avuto un rapporto in passato, e lo fa. È stata quella la parte più umiliante, quella che mi ha fatto più male anche solo a sentirla raccontare”.

Qual è stata la sua prima reazione da padre?

“Ho cercato di restare lucido. Le ho detto di tornare a casa, di raccontarmi tutto con calma. Poi mi sono mosso subito: pronto soccorso, per avere un referto, poi ho chiesto al locale se c’erano le immagini delle telecamere, e siamo andati al Commissariato a fare denuncia”.

Ha mai avuto dubbi sulla denuncia?

“No, anche quando sono arrivate le scuse, mesi dopo. Capisco tutto, ma io dovevo pensare a mia figlia, a quello che aveva subito, soprattutto a livello psicologico. Ritirare la denuncia sarebbe stato come dire che non era successo niente”.

L’iniziativa delle Pink Arzilla come nasce?

“Io ho condiviso nella chat dei genitori l’articolo uscito sul Carlino dopo la festa della Polizia venerdì scorso. L’ho fatto perché credo che queste cose vadano dette, perché possono capitare a chiunque. Dopo poco mi hanno chiamato altri genitori: volevano fare qualcosa per Giulia. E da lì è nata l’idea del segno rosso in campo”.

Oggi che messaggio sente di dare agli altri genitori?

“Di non sottovalutare mai, e soprattutto di parlare con i figli. Io con le mie figlie ho sempre cercato di essere diretto, nel bene e nel male. Se succede qualcosa, devono sentirsi liberi di dirlo”.

“Che non devono avere paura di denunciare. So che non è facile, ma è l’unico modo per fermare certe situazioni”.

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© il Resto del Carlino