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A Pontida l’addio a Bossi, Salvini contestato: «Traditore». Applausi per Zaia e Meloni

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22.03.2026

Si consuma tra le bandiere sgualcite che rievocano la Lega Nord. Cori che inneggiano alla secessione: quasi concetto da libri di storia. Grida contro Salvini: «Fatti il tuo partito, traditore».

Il Va, pensiero – con lo sfondo di un popolo, quello ebreo, che nel Nabucco sogna la sua libertà – intonato dal coro degli alpini. Epifanie di una Lega che non esiste più, ma che prova a rianimarsi, ripetendo lo spartito di un tempo. Gli slogan contro «Roma ladrona», il disconoscimento del tricolore, l’anelito di libertà: dall’Italia, si intende. Sfacciato, nel ruggito in faccia a Giorgia Meloni: «Ridacci il Nord».

Ma poi c’è il resto. Il richiamo alla compostezza da parte di Giancarlo Giorgetti: «smettetela». I battibecchi tra i militanti, a difesa di Salvini. I ragazzi che sono pochi, e comunque analfabeti ai vecchi codici e ai linguaggi di una Lega che era un altro partito. L’eco «libera», al richiamo «Padania», che è una risposta flebile, nella sconfinatezza del pratone.

Si è consumato così, a Pontida, il funerale di Umberto Bossi. Rischia di consumarsi così l’epilogo di una stagione della Lega.

A mezzogiornoi erano quasi in tremila a dare l’addio al Senatùr. Nell’abbazia di San Giacomo: lì dove, secondo la tradizione, il 7 aprile del 1167 fu siglata l’alleanza tra cinque Comuni del Nord contro l’Impero di Federico Barbarossa. E a duecento metri dal “sacro suolo di Pontida”: il pratone, che fu acquistato dai militanti stessi nel 1998.

Simboli, in un partito nel quale i simboli sono tutto. E poi divino, si fa per dire, e profano. Dall’ampolla con l’acqua del “sacro Po” alla canotta sdoganata dal “capo”. Lui che suggeriva di «diffidare di chi indossa la cravatta».

Eppure, a rendergli l’ultimo omaggio di fronte al suo popolo con il fazzoletto verde, di cravatte ce n’erano tante. Una la indossava anche Matteo Salvini, pure se sopra una camicia “color Padania”. Non gliel’hanno perdonata, tra inviti a toglierla – «Non la meriti» – e i più simpatici «ti sei vestito da leghista».

Ma, per l’addio a Bossi, c’era tutta l’Italia (di centrodestra) delle istituzioni. «Quella che negli ultimi anni era sparita. Quella che l’Umberto lo aveva abbandonato» borbotta qualcuno. Tolta la Lega: la premier Giorgia Meloni, con il vice Antonio Tajani e il presidente del Senato Ignazio La Russa. C’erano gli ex parlamentari Marcello Dell’Utri e Antonio Angelucci. E poi Fedele Confalonieri, Letizia Moratti e Mario Monti, contestato.

C’era la famiglia di Bossi: la moglie Manuela Marrone, stretta a Giancarlo Giorgetti, e i figli Renzo, Eridano Sirio e Roberto Libertà. E naturalmente i leghisti, a partire dal ministro dell’Economia – «il ragazzo d’oro», lo chiamava il Senatùr –, commosso e compito cerimoniere.

E poi il segretario Matteo Salvini, il presidente della Camera Lorenzo Fontana, i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, il ministro Roberto Calderoli, i governatori Alberto Stefani, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti. E c’erano Luca Zaia, Gian Paolo Gobbo, Roberto Marcato, Andrea Ostellari, Dimitri Coin e Paolo Tosato, insieme a militanti e altre figure istituzionali. Ma c’erano anche Flavio Tosi, tra i quattrocento ammessi in chiesa; Toni Da Re, in disparte e commosso: «C’è tanta malinconia, oggi si chiude un’epoca». E Roberto Castelli, tra i membri del fu “cerchio magico”, che annotava, con il fare di chi non ha più nulla da perdere: «quella di Bossi è un’eredità tradita».

I volti delle istituzioni c’erano, ma quasi nessuno ha parlato. Poche e individuali le dichiarazioni sul sagrato. «Oggi non si dichiara niente, oggi è il giorno della presenza» le sole parole di Matteo Salvini. E, come lui, Giorgetti e Calderoli: tra i più vicini al Senatùr. C’erano le istituzioni, ma non era un funerale di Stato: espresso desiderio della famiglia, che aveva persino detto che i posti riservati alle cariche più alte sarebbero stati pochissimi.

È stata scelta Pontida, dal cui palco Bossi era stato bandito nel 2017. Finale malinconico, dopo il quale lui stesso si sarebbe fatto da parte. Spegnendo la sua voce roca, confinandola alla villetta liberty di Gemonio e piuttosto distillando le sue riflessioni, consegnandole a chi gli è rimasto vicino.

«Se volevi parlare con l’Umberto, bastava andare al bar. Lo trovavi lì, fino alle quattro di notte, e lui ti raccontava la sua vita» racconta una signora con il fazzoletto verde al collo. Lei, «l’Umberto» lo ha conosciuto bene – «Sono di Varese, siamo cresciuti insieme» – tanto da rifiutare la ribalta del nome sul giornale: «Non ne ho bisogno». Mentre l’abate del monastero di San Giacomo celebra la funzione funebre, lei se ne sta sul pratone, deserto, in attesa dell’arrivo del feretro, per l’ultimo applauso. Guarda la scritta «padroni a casa nostra».

Quel che resta della Lega.


© Il Mattino di Padova