Trump peggio di Pirro: perché (per il momento) ha vinto l’Iran. E resta l’incognita Israele
Un manifestante anti Trump di fronte alla Casa Bianca durante una protesta contro la guerra in Iran (Ansa)
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SeguiciRoma, 8 aprile 2026 – Il presidente Trump annuncia una tregua di due settimane e canta vittoria. Ma per prima cosa bisogna vedere se il cessate il fuoco sarà rispettato, soprattutto da Israele, che ha già annunciato che il Libano è escluso dagli accordi. In secondo luogo, se le condizioni sono quelle della proposta iraniana, la stessa che il tycoon aveva definito “non sufficiente”, il numero uno della Casa Bianca è messo persino peggio di Pirro e c’è già chi parla di “definitiva sconfitta”. Si tratta di una base negoziale di partenza, questo non va dimenticato. Ma dalla base, l’Iran appare come il vincitore politico di questa guerra e anche economicamente ha tutto da guadagnarci, pur a fronte degli ingenti danni subiti in oltre un mese di bombardamenti.
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Teheran ne esce rafforzata
Nel suo post Trump invece ha parlato soprattutto di ricostruzione e di business, ma a ben vedere il vero vincitore della contesa, almeno per il momento, è l’Iran. E, dietro, l’Iran, la Cina. Il regime, prima di tutto, è ancora lì. Non solo: viene riconosciuto come interlocutore legittimo. Una svolta che pesa, soprattutto se si pensa alle proteste represse nel sangue negli ultimi mesi.
Stravolti gli equilibri nel Golfo
Sul piano militare, l’Iran esce colpito ma non piegato. Il regime è ancora lì e anzi ne esce legittimato. Le sue forze restano operative e, soprattutto, hanno dimostrato di poter colpire il cuore del sistema energetico globale. Hormuz riaprirà, ma sotto l’ombra di Teheran: una leva strategica che, se confermata, ridisegna gli equilibri del Golfo. Se poi le sanzioni dovessero davvero essere revocate, questa per gli ayatollah sarebbe la vittoria più grande di tutte, insieme con le garanzie di non aggressioni future.
Una donna cammina fra le macerie in Iran (Ansa)
L’Iran resta vicino all’arma atomica
C’è poi il nodo nucleare. I bombardamenti hanno danneggiato le infrastrutture, ma non cancellato il diritto all’arricchimento dell’uranio. Un punto cruciale: sulla carta per scopi civili, nella pratica una soglia che resta pericolosamente vicina all’arma atomica. Trump si è detto sicuro che ‘verrà trovato un accordo’. Ma lo ha detto tante volte anche per l’Ucraina e quell’accordo non si è ancora visto.
Le strade con Israele si separano
C’è però il problema Israele. Le strade di Washington e Tel Aviv sembrano separarsi, con il premier Netahyahu che ha detto che in Libano la guerra continua e l’Iran che gli ha risposto che se lo può scordare. Trump dunque si trova di fronte a un doppio problema. Non solo portare a casa un accordo dove restituisce molto, ma molto meno rispetto a quello che aveva promesso. Deve anche stare attento al fatto che Israele non lo trascini nuovamente in un baratro dal quale questa volta potrebbe anche non riuscire a uscire.
Un palazzo distrutto da un raid israeliano in Libano (Ansa)
Vacilla la superpotenza Usa
In questo mese, il tycoon dovrebbe avere capito che l’Iran non è il Venezuela e che tutta la comunità internazionale oltre a non volere questa guerra, è anche stanca della sua arroganza. E, visti gli esiti penosi per gli Usa con i quali potrebbe finire il conflitto in Iran, anche il primato di super potenza è messo seriamente in discussione. Il tempo per ricostruire la propria immagine, anche in vista delle Midterm è poco. C’è poi l’immagine internazionale e per recuperare quella ci vorranno decenni.
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