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L’ultima intervista di Sandro Mazzola: “Celentano, Ronaldo e papà Valentino: vi racconto il mio calcio romantico” /

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19.09.2026

L'intervista al Giorno di Sandro Mazzola del 3 maggio 2015

Per approfondire:

Articolo: Sandro Mazzola, pendolare fra Torino e Cassano d’Adda: quelle radici mai dimenticateArticolo: Caro Sandro, la canzone “sparita” di Mino Reitano dedicata a MazzolaArticolo: Il gol al derby dopo 13 secondi, il Real Madrid umiliato, le Coppe dei Campioni e Intercontinentali: le 10 epiche partite del “Baffo”

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Papà Valentino e Ronaldo, ma anche Tony Renis e Adriano Celentano. Il parroco del quartiere e Gianni Rivera, i ricordi di infanzia e i grandi momenti da calciatore. Flash e aneddoti, come la corte di Nereo Rocco per portarlo al Milan e quella di Gianni Agnelli per la Juventus, oppure il periodo in cui l’amore per il calcio calcio vacillò in favore della pallacanestro. Un Sandro Mazzola a tutto campo, quello che dal suo ritiro brianzolo di Vedano al Lambro parlò per l’ultima volta al Giorno, il 3 maggio del 2015, in una lunga intervista che riproponiamo di seguito. 

Approfondisci:

Dall’Inter a Zanetti, a Malagò. Il tributo d’affetto per Sandro Mazzola: “Ha fatto la storia del calcio ed è entrato nella leggenda”

Vedano al Lambro (Monza Brianza). 3 maggio 2025 – È semplicemente una leggenda. Nato l’8 novembre 1942 a Torino, Sandro Mazzola ha portato a casa 4 Scudetti (116 gol in 417 gare), due Coppe dei Campioni e altrettante Intercontinentali, oltre a un Campionato europeo e a un secondo posto ai Mondiali (Messico 1970) con la Nazionale.

Aveva a che fare con la leggenda persino quando ha cominciato: durissimo farsi strada con un cognome così pesante, visto che prima di lui - nell’immaginario del calcio - c’era suo padre Valentino, che aveva trionfato per anni con quel Grande Torino destinato a schiantarsi contro il colle di Superga.

Signor Mazzola, la sua carriera è nella storia, mi racconti qualcosa che non si sa.

“Quando morì mio padre andammo a vivere a Porta Ticinese, a quei tempi una zona non certo esclusiva come oggi, ma di contrabbandieri di sigarette. Don Giordano Miradoli era il parroco alla chiesa di San Lorenzo, lo chiamavamo “Din don dano”: aveva messo vicino alla chiesa una staccionata, ci aveva ricavato le porte e aveva creato un campetto dove giocare a pallone. Per noi quello era lo ‘stadio’: e se volevamo avere le chiavi per entrarci a giocare, dovevamo andare a messa alle sette e mezza del mattino: il don veniva a contarci in chiesa!”.

E se non vi dava le chiavi?

(ride) "Andavamo sotto casa sua e gridavamo in coro: ‘Don Giordano mangia la carne al venerdì...’. E allora magari ci accontentava. Era il massimo insulto che noi ragazzini potessimo escogitare. Si giocava col pallone di plastica, per ore, e quando finiva contro la vetrina del pasticciere, lui veniva fuori e ce lo bucava… e poi dovevamo fare la colletta per comprarne uno nuovo. E sa con chi giocavo?”.

Mi dica.

“Con Tony Renis e Adriano Celentano. Da ragazzini abitavano anche loro dalle nostri parti... solo che Celentano aveva piedi come citofoni, lo mettevamo in porta e lui s’incazzava. Tony invece no, lui sì che era bravo”.

Poi?

«Poi andai a giocare a ‘La Milanesina’: maglie nere con le maniche bianche, nessuno è perfetto. Quindi passai alle Giovanili dell’Inter, solo che non credevano in me. Ci si andava ad allenare a Rogoredo, si dovevano prendere 3 tram: la società ci rimborsava i soldi ma noi ci facevamo........

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