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Trema la maggioranza di governo. Delmastro e Bartolozzi lasciano. E Meloni chiede il passo indietro di Santanchè

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A sinistra Giusi Bartolozzi con Andrea Delmastro, a destra Daniela Santanchè

Per approfondire:

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Roma, 24 marzo 2026 – “Se ne devono andare”. L’ordine di sfratto firmato Giorgia Meloni arriva all’alba, gelido e definitivo. A Palazzo Chigi non l’avevano mai vista così furibonda: la sconfitta nel referendum non è un semplice scivolone politico, ma il segnale di un’opinione pubblica satura: un elettorato esausto di zone d’ombra, “bisteccherie”, e opache casse integrazioni. La leader di Fratelli d’Italia rompe gli indugi: chi sbaglia paga. È il messaggio che lancia al suo popolo, recuperando un tema identitario della destra come la giustizia. “È parte della nostra storia”, spiega ai fedelissimi. La linea è tracciata: fuori chiunque crei imbarazzo per le proprie vicende giudiziarie. Se la potentissima capo di gabinetto e il sottosegretario del Guardasigilli obbediscono al diktat, Daniela Santanchè sceglie la trincea. La “Pitonessa” punta i piedi, pronta a presentarsi in ufficio al ministero del Turismo come se nulla fosse. Una sfida aperta che costringe la premier a una mossa senza precedenti: rendere pubblico l’allontanamento con una nota ufficiale in serata, con la quale, oltre a ringraziare chi esce, “auspica” che “per coerenza e sensibilità istituzionale”, la ministra “condivida la scelta dei colleghi”.

L’atto finale per Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro si consuma nel pomeriggio dopo un lungo faccia a faccia con il ministro della Giustizia Carlo Nordio. La rimozione della capo di gabinetto — nonostante il titolare di via Arenula avesse detto poco prima che il suo posto “non era in discussione” — è anche un ramoscello d’ulivo teso all’Anm alla vigilia del rinnovo della presidenza, in controtendenza con le precedenti bordate contro il “soggetto politico anomalo”. Per Meloni, però, il colpo più duro è il siluramento di Delmastro, amico di una vita. Lui esce di scena facendosi carico di una “leggerezza” commessa in buona fede, “nell’interesse della nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto verso il governo e la premier”, lasciando le sue deleghe in bilico tra il viceministro Sisto e il sottosegretario Ostellari.

Quanto a Nordio, la sua posizione non è una resistenza, ma una presa d’atto del fallimento: “Questa riforma porta il mio nome, me ne assumo la responsabilità”. Non parla di dimissioni (“è stato sconfitto anche Churchill”), ma il suo è un addio a scoppio ritardato. In caso di vittoria del centrodestra nella prossima legislatura, chiarisce, non farà il ministro: “Tornerò ai miei studi”.

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Dopo lo sbandamento iniziale, insomma, Meloni ha ritrovato il piglio decisionista e ha affidato al presidente del Senato, Ignazio La Russa, il compito di ricondurre l’amica Santanchè a più miti consigli. La premier non ha alcuna intenzione di chiedere un voto di fiducia in Parlamento: non considera questo uno scossone politico formale, ma un riassetto della squadra. E così, la parola rimpasto torna a circolare, assieme all’ipotesi di un interim al Turismo per la stessa premier o l’arrivo di Luca Zaia o di un tecnico.

Tuttavia, reagire sul piano dei contenuti resta un’impresa. Le débâcle di questa portata hanno un effetto paralizzante e il rischio per Giorgia è quello di restare sulla graticola per un anno, logorandosi senza poter incidere. Il premierato è ormai una chimera e la legge elettorale – malgrado l’iter formalmente inizi in commissione Affari costituzionali della Camera il 31 marzo – è su un binario morto senza l’appoggio del Pd, che con il capo dei senatori Francesco Boccia alza il muro: “Ritirate tutto”. Anche la maggioranza traballa: Lega e Forza Italia, fiutando la debolezza della leadership, alzano la posta su ogni dossier. Con la finanziaria elettorale polverizzata dalla crisi internazionale e l’inflazione galoppante, la tentazione del voto anticipato aleggia nelle stanze del potere, nonostante le smentite. Per non lasciare appigli, Elly Schlein evita di chiedere le dimissioni dell’esecutivo, a differenza di Conte. Giorgia è consapevole che si tratterebbe di un passo azzardato, che implicherebbe probabilmente lo scontro con il capo dello Stato e forse il rischio di un governo tecnico per arrivare al compimento della legislatura. Ma l’alternativa è un anno di via Crucis.

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