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Patrick Morrissey plana al Fabrique. Sfacciatamente provocatorio: ora devo pensare alla salute...

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07.03.2026

Patrick Morrissey lunedì prossimo al Fabrique

Milano, 7 marzo 2026 –  Si può amare l’arte pur trovando l’artista “problematico”? Sono quarant’anni e passa che Morrissey, vivendo il proprio personaggio come una costante provocazione, ci mette tanto del suo a rinfocolare il dilemma. Ma certi amori (anni Ottanta) non finiscono mai e così pure il concerto che il controverso idolo di Davyhulme, 66 anni, ha in programma lunedì prossimo al Fabrique è andato esaurito in un amen, a conferma che rimane la relazione tossica preferita da un’intera generazione. 

Divisivo per vocazione

Ferocemente intelligente, sfacciatamente provocatorio, osannato e criticato in egual misura, Steven Patrick Morrissey coi suoi triti stereotipi di estrema destra, la sua islamofobia, resta un eroe divisivo per vocazione e talento, anche quando recupera il passato che non passa di gemme in bilico tra rock e psichedelia della dorata stagione Smiths come “A rush and a poush and the land is ours”, “How soon is now?” o “There is a light that never goes out”. Proprio ieri è uscito “Make-up is a lie”, quattordicesimo capitolo discografico di una narrazione solista (avviata nell’88 da “Viva hate”) in cui trovano posto pure una cover di “Amazona” dei Roxy Music e quella “Notre-Dame” dal testo complottista in cui si lascia intendere che il rogo della cattedrale parigina non sarebbe stato causato da un incidente, ma da un atto doloso deliberatamente insabbiato dal governo francese.

Tour-de-Moz

Controverse visioni del mondo di un “tour-de-Moz” (da Mozzer, il suo soprannome) che in via Fantoli inizia alle 20:20 precise col video-blob introduttivo, dove a volte trovano posto pure le immagini virate nostalgia del Little Tony di “Cuore matto” (ma, a seconda delle serate, pure di Mina, Massimo Ranieri, Rita Pavone) e va avanti per un’ora e mezza. Tonfi al cuore tra i fans per le incursioni della scaletta nel venerato repertorio Smiths. Anche se i rapporti con gli ex compagni rimangono testi. Basta pensare al post pubblicato da Morrissey lo scorso settembre col titolo “A soul for sale”, un’anima in vendita, per annunciare l’intenzione di cedere al miglior offerente il nome della band, di sua proprietà, gli artwork degli album creati da lui, nonché i diritti di sua competenza su merchandising, composizioni liriche e musical, oltre a quelli di registrazione, pubblicazione, sincronizzazione. «Sono stufo di ogni legame con Marr, Rourke, Joyce», ha spiegato l’imprevedibile “Mozzer“.

«Ne ho abbastanza di congetture maligne. Con tutta la mia vita ho pagato il giusto tributo a queste canzoni e a queste immagini. Ora vorrei vivere dissociandomi da coloro che non mi augurano altro che sventure e distruzione, e questa è l’unica soluzione». E ancora: «Le canzoni sono me, non sono nessun altro, ma portano con sé un valore commerciale che crea quanto più rancore e disprezzo possibile, anno dopo anno. Ora devo proteggere me stesso, soprattutto la mia salute». Convinto lui.

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