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Mps-Mediobanca, lo strappo di Lovaglio mina regole e stabilità

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23.03.2026

Surreale è forse l'aggettivo più educato che il vocabolario consente per descrivere ciò che sta accadendo attorno al gruppo Mps-Mediobanca. Ma la realtà, come spesso accade nei passaggi più delicati del capitalismo italiano, supera di gran lunga le parole e si avvicina pericolosamente a una zona grigia dove le regole di governance si piegano a personalismi intollerabili, quando non apertamente a logiche di potere. La discesa in campo di Luigi Lovaglio, con una lista del cda costruita attorno alla propria figura e formalmente presentata da un azionista marginale, segna uno strappo che non può essere derubricato a normale dialettica societaria. Non lo è per metodo, non lo è per tempistica, non lo è soprattutto per il segnale che invia al mercato.

La domanda che torna, inevitabile, è sempre la stessa: di chi è l'azienda? È una domanda semplice solo in apparenza. Perché nella teoria il management è espressione degli azionisti, ne interpreta gli interessi e ne esegue l'indirizzo strategico. Nella pratica, invece, talvolta assistiamo a una torsione silenziosa: il manager smette di essere mandatario e si trasforma in soggetto autonomo, legittimato non più dal capitale ma dalla propria permanenza, dal consenso interno, dalla narrazione costruita attorno ai risultati conseguiti. È esattamente questo il punto critico della vicenda. Quanto accade in queste ore attorno a Mps richiama alla memoria l'arroganza........

© Il Giornale