Digger than life. Solito Iñarritu: tutto è troppo Donaggio meglio di Refn. Asgari commuove
Nonostante la conclamata fama, in realtà spesso sproporzionata ai valori reali dei suoi film, del cinema del messicano Alejandro González Iñarritu è sempre stato difficile innamorarsene, ma anche soltanto apprezzarlo. Fin dai tempi dell’esordio con “Amore perros” e successivamente con “21 grammi” e ancora peggio con “Babel” e “Biutiful”, è sempre stato evidente come una costruzione di architetture talvolta pretestuose, una dinamica dello stupore costipato, un senso di radicalizzazione narrativa se da un lato regolava un risultato più esagitato che affascinante, dall’altro scoperchiava quasi una misura protettiva di un cinema facile da sgonfiare. Come non ricordare l’artificio tecnico alla base di “Birdman” o l’esibizionismo violento in “Revenant”, fino al catastrofico risultato dell’ambiziosissimo “Bardo”, ultima fatica prima di “Digger”? Ora “Digger” sbarca finalmente nelle sale, ricordando come per scelta della produzione abbia “rifiutato” di andare ai festival, in questo caso Venezia, come ormai sta accadendo con il cinema americano delle grandi major. Scelta discutibile, che probabilmente si rivelerà un boomerang. Scritto a otto mani, comprese quelle del regista assieme a quelle dei suoi collaboratori (Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman, che da tempo hanno sostituito l’iniziale Guillermo Arriaga), fotografato con la consueta perizia da Emmanuel Lubezki, racconta la storia di un personaggio singolare, appunto Digger, magnate industriale, chiamato a rimediare a un colossale disastro ambientale, causato dalla sua azienda. Siamo guarda caso dalle parti della Groenlandia, cioè in quella terra così estrema (e ora “desiderata”, com’è noto, da Trump, la cui ombra aleggia per tutte le due ore), dove i lavori di trivellazione in cerca del metano causano un incidente........
