Noi iraniani vivi: le grida dei giovani manifestanti di Teheran
Gli studenti in Iran appendono topolini di peluche sugli alberi, mentre i pasdaran armati fino ai denti si preparano alla guerra. Una parola che è sulla bocca di tutti a ogni evento e che spaventa il regime
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Mosca non può permettersi di perdere Teheran
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Roma. “Non possiamo voltare pagina”, dice Kaveh. Ha vent’anni, studia ingegneria, non ha ancora preso la patente, anche se ne avrebbe bisogno come l’aria, ma non ha tempo dice, non ne ha perché a Teheran si muove tutto troppo veloce e domani chissà cosa accadrà. “Magari la guerra, magari la morte”. Da cinque giorni Kaveh è tornato a manifestare, assieme a tanti suoi coetanei a Mashad, a Shiraz, a Isfahan, nelle università che sono il fiore all’occhiello del regime, come la Sharif, l’ateneo di Kaveh, che lui però preferisce chiamare con il nome prerivoluzionario Aryanmehr, perché “non si può fingere che sia tutto normale”. Nello spiazzo delle chiacchiere, sui gradini, sotto agli alberi spogli dove ha fumato le prime sigarette, Kaveh grida “libertà”, “morte al dittatore”, “Pahlavi tornerà”. E grida talmente forte che la sera ha la voce roca, eppure è felice, dice, felice di camminare fianco a fianco con i suoi amici. Di vivere. “Vivo e mi basta”, gracchia la voce. A Teheran è così, nessuno si lamenta. “Sarebbe indecente dopo i massacri, sacrilego. Noi vivi dobbiamo combattere, essere morali in un mondo immorale. Per noi la felicità è questo, per gli altri chissà”, dice al Foglio. Gli altri, sono i bassiji e secondo Kaveh non sembrano per niente felici. Sono tesi, hanno la barba ispida, gli occhi inespressivi, oppure cupi, rabbiosi, afflitti. A volte li conosci – racconta Kaveh – li hai avuti accanto a lezione, li hai incrociati nella caffetteria, a uno hai prestato una felpa perché aveva freddo, un altro ha preteso una sigaretta e........
