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Moya è la prima androide indistinguibile da un essere umano

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22.03.2026

E’ alto un metro e sessantacinque centimetri, pesa circa trenta kg ed è indistinguibile da un essere umano. E’ il robot presentato a metà febbraio dalla startup cinese DroidUp di Shanghai. Le macchine e noi. E una domanda antichissima

Al MWC 2026 la differenza tra innovazione e messinscena che si è fatta sempre più impercettibile

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Dall'origine dei robot all'AI. Così il teatro ha rappresentato il nostro rapporto con le macchine, aiutandoci a governarlo

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In un articolo pubblicato nel 1950, Computing Machinery and Intelligence, Alan Turing pose una delle domande più provocatorie del Novecento: le macchine possono pensare? In quelle pagine, il logico britannico non solo riformulava il celebre “gioco dell’imitazione” – un esperimento mentale in cui un osservatore doveva stabilire, attraverso una conversazione scritta, se il suo interlocutore fosse un essere umano o una macchina – ma gettava anche le basi teoriche di ciò che di lì a un decennio sarà chiamato intelligenza artificiale. Più che cercare una definizione di intelligenza, Turing proponeva un criterio operativo per riconoscerla, anticipando un futuro in cui le macchine sarebbero state in grado di simulare il pensiero umano. Questo futuro è ormai qui e ora? Facciamo un esempio che risale a pochi giorni fa. Si chiama Moya. E’ alto un metro e sessantacinque centimetri, pesa circa trenta kg ed è indistinguibile da un essere umano. E’ il robot presentato a metà febbraio dalla startup cinese DroidUp di Shanghai. Cammina e si muove come noi. E’ empatico e in grado di interagire con l’ambiente in cui si trova. Dotato di un sistema di intelligenza artificiale all’avanguardia, verrà utilizzato per l’assistenza sanitaria, per la compagnia agli anziani e per i servizi di accoglienza aziendale. Inoltre, è stato progettato per superare la “uncanny valley” (“zona perturbante”), ossia la repulsione che si può provare di fronte a un robot che somiglia solo vagamente a un umano. E’ il prototipo più sofisticato degli automi di ultima generazione, capaci di apprendimento autonomo.

Allora, le macchine possono pensare? La risposta dipende in gran parte da cosa intendiamo con la parola “pensiero”. Se con pensiero intendiamo la capacità di elaborare informazioni, risolvere problemi, riconoscere schemi e adattarsi a nuove sfide, allora sì, le macchine pensano. Non sognano, non si disperano, non si innamorano, ma pensano. Ogni volta che un’app di navigazione ricalcola un percorso per evitare il traffico, o un algoritmo medico individua un tumore in una radiografia, o un programma di scacchi anticipa la prossima mossa dell’avversario, la macchina svolge compiti che un tempo richiedevano una mente umana. La verità è che la domanda di Turing affonda le sue radici nell’antichità più remota. Già Omero, nel diciottesimo libro dell’Iliade, descrive le ancelle d’oro forgiate da Efesto, una specie di automi antropomorfi ante litteram. Infatti assomigliano a “giovinette vive”, quindi con sembianze umane; “vivo senso chiudon esse in petto”, quindi dispongono di facoltà cognitive; possiedono “forza e favella” per eseguire lavori pesanti e comunicare; infine, “instrutte son dagl’immortali Dei”, cioè eseguono istruzioni programmate.

Un’altra creazione del dio del fuoco era........

© Il Foglio