Cara, piccola egemonia. Storia di un'ossessione culturale italiana
Negata dalla sinistra per usarla meglio e inseguita dalla destra che non ha mai capito che si vince di più puntando sul fantasy (così ora litiga da sola alla Biennale). Il gran libro di Andrea Minuz
Se si può stare con la libertà dell'arte, perfino di stato, perché non darlo a vedere?
Se si può stare con la libertà dell'arte, perfino di stato, perché non darlo a vedere?
Il difficile casting per rendere “accettabile” il pantheon culturale della destra
Il difficile casting per rendere “accettabile” il pantheon culturale della destra
"Questo documento sembra lungo. Per risparmiare tempo, usa l’assistente AI per leggerne un riepilogo”. Ho subito scherzato con Andrea Minuz, quando ho ricevuto il pdf e la prima schermata offerta dall’ineffabile Adobe è stata quella: il libro è lungo, passa al riepilogo. Forse a risolvere l’infinita querelle tutta italiana su chi sia depositario e padrone dell’egemonia culturale sarà l’AI, anzi già l’ha fatto. Minuz che insegna all’università, roba di standing superiore (nell’egemonia culturale di sinistra invece “se c’è la scuola, sarà una scuola di periferia, con giovani professoresse democratiche che tra mille difficoltà lottano in un mondo che della scuola non ne vuole sapere”), ne è consapevole: la vera egemonia è un riassunto culturale fatto con l’AI.
Il libro l’ho letto tutto, alla faccia di Adobe. Non soltanto perché pagina dopo pagina non riuscivo a smettere di ridere (per non piangere) al diluvio di ironie e calembour pungenti di Minuz, un autentico maestro Itamae nel fare a fette i luoghi comuni, ma soprattutto per la messe incredibile di episodi, definizioni, polemiche, libri, film, dichiarazioni d’intenti o d’autore che hanno costruito nei decenni repubblicani un repertorio di insensatezza egemonica da riempirci l’Arsenale di Venezia. Una barzelletta identitaria che ha appassionato le élite come il montaggio del cubo di Rubik: “Se, come mi sembra logico, nella cultura si comprendono scuola ed università non c’è dubbio che una dittatura in Italia c’è stata, ed è stata quella democristiana” (Cesare Cases). Ma anche: “L’egemonia culturale marxista l’abbiamo vista all’opera tutti” (Marcello Pera). Perle di supponenza: “La nozione di egemonia è stata usata male, non si tratta di un comando, è un fatto che si realizza quando le idee di qualcuno s’impongono perché sono più valide” (Massimo D’Alema). Non è soltanto un catalogo dei tic culturali, una wunderkammer degli orrori e delle presunzioni, il libro di Andrea Minuz. Si intitola “Egemonia senza cultura - Storia sentimentale di un’ossessione italiana” ed è edito da Silvio Berlusconi Editore: e già questo potrebbe essere il gioco-partita-incontro sull’intera faccenda, se soltanto i suoi eredi (intesi i politici), cioè la soi disant destra di governo in cerca di egemonia avesse seguito la strada del Cavaliere: “Più si è egemoni nella cultura, più le elezioni le vincono gli altri, come negli ultimi trent’anni hanno dimostrato le imprese elettorali di Berlusconi e oggi il caso americano”. (Minuz).
Abbiamo detto Arsenale di Venezia con trasparente intento maligno. Scrive Minuz: “Nella campagna elettorale del 2022, quando Giorgia Meloni annunciò che avrebbe ‘ribaltato l’egemonia culturale della sinistra’, molti hanno pensato a una provocazione”. Ma all’inizio del 2023, iniziata l’èra Meloni, talk e giornali erano invasi da discettazioni attorno “al superconcetto gramsciano”. Esempi di titoli (ridere): “In questo momento la destra sta leggendo Gramsci”, “Egemonia canaglia”, “La Rai perde Fazio e l’egemonia culturale”. Vennero gli ardimentosi tentativi di costruire un Pantheon della destra, per ora il più riuscito, diciamo, è stata una mostra su Tolkien. Unici risultati sistemici, le fiction Rai. Giampaolo Rossi: “Se gli americani avessero avuto Garibaldi e l’impresa dei Mille, l’avrebbero trasformato in un grande affresco hollywoodiano… Ci vuole una fiction bigger than life”. La lunga marcia verso l’egemonia era iniziata già prima. Convention di Fratelli d’Italia, Milano 2022: nomi di un certo peso un concerto diretto da Beatrice Venezi che dava “simbolicamente voce” ai milioni di lavoratori in partita Iva. “La versione patriota delle vecchie sbornie operaiste della musica colta, quando Maurizio Pollini portava Musorgskij nelle fabbriche occupate”. I numi tutelari: “Venti cartonati, inconsapevoli e sparsi, messi lì con quel solito effetto-playlist: Enzo Ferrari, Giovanni Paolo II, Flaiano, Jünger, Hannah Arendt, Guareschi, Dostoevskij, Margherita Sarfatti, l’immortale Pasolini”. Micidiale sintesi: “La controegemonia della destra era già in pieno trip Leopolda e ‘storytelling’, rimbalzando tra Gramsci e Baricco”.
Primavera 2026. Dopo aver conquistato la Biennale con un presidente ormai più amato a sinistra che a destra, dopo avere piazzato due ministri al Collegio romano che hanno fatto e disfatto riforme e controriforme, nomine e contronomine, l’attesissimo Armageddon per l’egemonia........
