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I corridoi della misericordia. Speranze e misteri del Real Albergo dei Poveri

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23.03.2026

Una storia collettiva che ha attraversato i secoli e di cui è possibile riagguantare lacerti attraverso le voci, i documenti, gli oggetti raccolti nella mostra curata da Laura Valente dentro il grande refettorio dell’ospizio per le celebrazioni dei 2.500 anni di Napoli

Curzio Malaparte e il suo alter ego pronto a dominare la realtà con un motto di spirito

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Il maestro Crepax e la sua indimenticabile Valentina. In mostra a Brescia

Il maestro Crepax e la sua indimenticabile Valentina. In mostra a Brescia

“’O chiammate ancora Serraglio? Ma tu ’o ssaie ca ccà stanno ’e figlie d’’e primme galantuommene!”

Salvatore Di Giacomo, ’O mese mariano

La più grande utopia napoletana vanta una facciata con 400 finestre lunga 385 metri, cinquanta in più del monumentale ospizio San Michele a Roma; è profonda 148 metri e alta 42; contava 430 stanze e sette livelli; messi in fila, i suoi corridoi misurerebbero nove chilometri. Ottomila però è il numero più importante, ossia quello degli ospiti che il Real Albergo dei Poveri era destinato a contenere, anche se è impossibile calcolare a quanta gente abbia offerto vitto e alloggio nella sua incompiuta e tormentata storia, che cominciò con la posa della prima pietra il 7 dicembre 1751 e nemmeno si concluse veramente con il terremoto del 23 novembre 1980, quando ci vivevano ancora tremila ragazzi. Per qualsiasi napoletano, questo monstre biancheggiante su piazza Carlo III, al termine di via Foria, è più di una mastodontica architettura che doveva alloggiare (e redimere) tutta la plebe più disgraziata, come recita l’ambiziosa scritta sull’ingresso principale: Regium Totius Regni Pauperum Hospitium. Il Real Albergo dei Poveri è stato ed è, soprattutto per chi non c’è mai entrato, un’entità misteriosa con zone d’ombra e luce, un gigante di cui ogni tanto, dal 2005, il Comune restituisce un pezzo ristrutturato e che dovrebbe tornare interamente alla città nel 2029, al costo complessivo di 248 milioni di euro tra finanziamenti del Pnrr e risorse del Fondo di sviluppo e coesione. Potrà ospitare la Biblioteca nazionale, festival, attività ricreative, congressi, una sezione del Museo archeologico nazionale, uno studentato, persino negozi. La scoraggiante mole ha sempre avuto il pregio di incoraggiare idee, dai Borbone al Regno d’Italia alla Repubblica. Nel secondo Novecento l’anima fiduciosa e fosca dell’Albergo, un mosaico di vite drammatiche con qualche lieto fine, ha convissuto tra i cortili e i labirintici locali con il tribunale dei minorenni, il reclusorio, un pezzo dell’archivio di stato, la facoltà di sociologia, una caserma dei vigili del fuoco, gli uffici comunali e una palestra. La struttura è diventata anche rifugio di incerta legalità per più di ottanta di famiglie che si sistemarono negli ex magazzini dell’ala sinistra, se ne andarono dopo il terremoto ma tornarono; ha ispirato un romanzo di Tahar Ben Jelloun; è stata inclusa dall’Unesco nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità; è stata forse anche teatro di più losche faccende che non conosceremo mai.

Metteva paura. A Napoli non lo chiamavano Albergo dei Poveri. Lo chiamarono Serraglio. Quando le minacce materne venivano ancora prese sul serio, questo nome che richiama le belve esotiche in gabbia spaventava i bambini indisciplinati come una irreversibile........

© Il Foglio