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L’America delle libertà in campo contro Trump

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16.02.2026

Il germoglio di un cambiamento culturale. Immigrazione, libertà di parola e commercio, potere del governo: di fronte al presidente americano, una nazione appesa a una Costituzione settecentesca vede improvvisamente la saggezza e le ragioni dei suoi Padri fondatori

Le tragiche disfatte di Trump

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Dal caso Kimmel alla sanità, una giornata difficile per i repubblicani a Washington

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Quali conseguenze ideologiche lascerà Donald Trump dopo la fine del suo mandato? Il presidente americano sta seminando il caos a livello globale. Alcuni pensano che si debba reagire rincorrendolo: a sovranista, sovranista e mezzo. Per altri, la vera lezione riguarda proprio i rischi della concentrazione del potere e l’efficacia dei vincoli costituzionali. Tale dibattito si è aperto, più o meno consapevolmente, ovunque nel mondo, Europa compresa; ma in nessun posto è altrettanto evidente come negli Stati Uniti. 

Il dato politico più rilevante è il calo degli indici di gradimento di Trump, crollati in un anno dal 52 al 41 per cento. Un secondo aspetto importante è che Gallup ha annunciato che cesserà di raccogliere questa statistica, per la prima volta da 80 anni. Un terzo e più profondo tema riguarda la chiave interpretativa di quello che sta accadendo. In un ampio intervento sul New York Times, la direttrice della rivista libertaria Reason, Katherine Mangu-Ward, ha offerto una lettura originale: e se DJT stesse, suo malgrado, aprendo la “finestra di Overton” alle idee libertarie? Se stesse, cioè, rendendo improvvisamente accettabili, se non maggioritarie, correnti di pensiero che mai come nell’ultimo periodo sono state assolutamente marginali? “Su immigrazione, libertà di parola e commercio – ha scritto – stiamo vivendo in un incubo libertario”. “Noi libertari – prosegue – possiamo essere irritanti, con le nostre continue lamentele sulla privacy e sulle tasse, la nostra ossessione per il Primo Emendamento e il nostro allarmismo sui teppisti con gli stivali chiodati. Ma alla luce di come si è svolto l’ultimo anno, considerate di concedere un po’ di tregua al vostro vicino di casa libertario. Dopotutto, noi vi avevamo avvertito”. Certo, l’estetica e la retorica del presidente aiutano a rendere popolari questi argomenti. 

La sua arroganza ostentata, i comportamenti capricciosi e la commistione tra interessi privati e ruolo pubblico ricordano più il cattivo di un fumetto Marvel che l’inquilino della Casa Bianca. C’è davvero differenza tra sostenere che “servono correttivi! [...] Io sono l’unico che lo sa” (Thanos) e “non ho bisogno del diritto internazionale: ho la mia moralità” (Trump)? Sarebbe però sbagliato ridurre tutto all’eccezionalità trumpiana: insomma, il leader Maga sarà pure uscito dai binari, ma lo ha fatto anche perché si è trovato a guidare una locomotiva con più cavalli di quanti sarebbe stato opportuno. 

Va anche detto che molti che si autodefiniscono libertari hanno sostenuto, o comunque non avversato, Trump. Credevano forse di votare un nuovo Ronald Reagan, ipnotizzati dalla sua retorica deregolatoria, dalle promesse di smantellare il “Big Government” e dall’abilità con cui l’attuale presidente – come il suo predecessore – ha raccolto i voti di una coalizione molto più ampia rispetto al tradizionale bacino del Partito repubblicano. Solo che lo sforzo fusionista di Reagan poggiava sulla condivisione dei valori: l’idea che la società potesse diventare virtuosa, come piaceva ai conservatori, solo se era libera, come chiedevano i libertari. Trump invece ha giocato sul diffuso risentimento verso Joe Biden e gli eccessi del wokeismo, senza trovare (né cercare) un comune denominatore al di là di questo. Non sorprendentemente, le cose sono andate in modo molto diverso rispetto ai tempi del Gipper (il soprannome di Reagan, che aveva interpretato il giocatore di football George Gipp in un film del 1940). Sicché i libertari, o almeno alcuni di loro, si sono trovati all’avanguardia dell’opposizione. E’ un senatore repubblicano libertario (Rand Paul) a guidare la pattuglia anti dazi al Senato; è un deputato repubblicano libertario (Thomas Massie) a picchiare più di tutti sul rilascio integrale degli Epstein Files; è un avvocato libertario del Cato Institute (Ilya Somin) a patrocinare la causa contro le tariffe del Liberation Day di fronte alla Corte Suprema; è un attivista libertario a favore delle armi (Erich Pratt dei Gun Owners of America) a scagliarsi con più vigore contro l’Amministrazione per la gestione dell’ordine pubblico a Minneapolis; è un nemico libertario della cancel culture (Greg Lukianoff della Fire Foundation) a criticare con più vigore l’attacco dell’Amministrazione alle università americane e a portare l’Amministrazione in tribunale per i tentativi di censurare i video degli agenti dell’Ice girati dai cittadini.  Sullo sfondo c’è qualcosa di più delle solite schermaglie politiche, per quanto esacerbate dal fattore DJT. C’è, semmai, il germoglio di un cambiamento culturale: il 62 per cento degli americani ritiene che il governo disponga di un potere eccessivo (era il 51 per cento un anno fa ed è il massimo valore da quando Gallup pone il quesito nel 2002). Ancora più singolare, è un sentimento particolarmente diffuso tra i democratici (66 per cento). Cosa sta succedendo? Succede che, di fronte a Trump, una nazione appesa a una costituzione settecentesca vede improvvisamente la saggezza e le ragioni dei suoi Padri fondatori.  

Il primo emendamento: la libertà personale

La libertà americana si fonda su una storia nazionale mitizzata, ma il mito dell’eccezionalità poggia su un fondamento solido. Gli Stati Uniti nascono da una guerra di indipendenza, che ha avuto come detonatore una ribellione contro le tasse e ha........

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