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Parla Nello Rossi, magistrato e direttore di “Questione Giustizia”: «Questa riforma ha radici lontane: il rischio è un indebolimento complessivo delle garanzie. E il sorteggio è una scorciatoia pericolosa»

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27.12.2025

Nello Rossi, direttore della rivista Questione giustizia, che idea si sta facendo di questa campagna referendaria?

Veramente io vedo in corso non una ma due campagne referendarie. Nella prima, riservata ad una minoranza della popolazione, si discutono i pro e i contro della riforma costituzionale. Nella seconda, invece, vengono agitati temi che con la riforma non vengono neppure affrontati, ma che colpiscono la più vasta opinione pubblica: la lunghezza dei processi (spesso frutto di norme processuali farraginose e contraddittorie) o i casi giudiziari più clamorosi e divisivi, come quello della famiglia nel bosco o Garlasco. Di questa seconda campagna – emotiva, irrazionale e viscerale – è purtroppo protagonista la presidente del Consiglio, con le sue stoccate demagogiche sul caso Garlasco o sul caso dell’Imam torinese Shahin.

Qual è l’argomento dei Sì che più degli altri non condivide?

Più che un argomento è una metafora stanca. Quella dell’arbitro – il giudice - che indossa la stessa maglietta di una delle due squadre in campo – quella dei pm - e perciò parteggia per l’accusa. Metafora ingannevole perché smentita dagli elevati numeri delle assoluzioni e ancor più dalle decisioni dei giudici - difformi dalle richieste dell’accusa - in processi nei quali grandi procure avevano investito molto in termini di immagine e di impegno investigativo. Come i processi “trattativa” a Palermo, Mafia capitale a Roma, Tangenti Eni a Milano e così via. Inoltre, la metafora calcistica è nociva perché mira a minare la fiducia dei cittadini nell’imparzialità dei magistrati su cui si basa la legittimazione e la credibilità della giustizia.

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© Il Dubbio