Chi era Pëtr Nikolaevič Vrangel, detto il Barone nero
Il 25 aprile 1928 muore a Bruxelles il barone Pëtr Nikolaevič Vrangel’, detto il Barone nero, uno dei principali capi militari dell’armata bianca che aveva combattuto contro i bolscevichi. Non ha neppure cinquant’anni. Trasferitosi a Bruxelles dal Regno di Jugoslavia nel settembre dell’anno precedente, ha trascorso gli ultimi mesi lavorando come ingegnere minerario e scrivendo le sue memorie, che saranno pubblicate per la prima volta a Parigi nel 1930, con il titolo di «Mémoires».
Alto, snello ma imponente, capace di mantenersi freddo e lucido in ogni situazione, impositivo nei modi e nel tono della voce, prima di diventare generale dell’esercito bianco l’uomo è stato comandante di cavalleria dell’Esercito Imperiale Russo, ha combattuto contro il Giappone e nella Prima Guerra Mondiale.
A spingerlo a mettersi a capo dell’Armata dei Volontari sono in parte le circostanze – contrasti col generale Denikin che poi sarà sfiduciato dagli Inglesi e sconfitto militarmente –, sicuramente il prestigio di cui godeva – i luogotenenti della Belaja Armija premettero affinché subentrasse a Denikin –, e poi, non eludibile, l’urgenza di rispondere alla Rivoluzione Bolscevica perché considerata un’onta, una sfida, «un insulto ricevuto che doveva essere necessariamente lavato dal sangue di chi si era reso responsabile dell’offesa», come scrive Eugenio Di Rienzo nel suo «Cuori di tenebra. 1918-1922: gli anni dei regni effimeri» (ed. Neri Pozza), saggio dedicato ai “Signori della guerra” di quel confuso, violento periodo, segnato, per dirla con Di Rienzo, «dall’apocalittico stravolgimento di quattro immensi imperi millenari – quello asburgico, quello russo, quello ottomano e il Reich germanico - … e dalla nascita, al loro posto, di nuovi Stati decisa dalla Conferenza di Parigi del 1919 sulla base di un astratto principio di nazionalità che non tenne in nessun conto le differenze e le secolari ostilità etnico-religiose che li attraversavano».
Tra questi Signori della guerra, il Barone Nero rappresenta l’ambizione personale legata indissolubilmente al concetto di onore, a sua volta espressione della coscienza di un privilegio, quello di far parte del più glorioso corpo dei servitori dello Stato, e stiamo parlando, ci ricorda Di Rienzo, di un sentimento profondamente radicato nella comunità militare russa. Vrangel’, a differenza di quanto si possa pensare studiando superficialmente la storia dei cosiddetti russi bianchi, non aveva alcuna intenzione di riportare la Russia alle condizioni precedenti la Rivoluzione bolscevica, anzi, la punta di lancia del suo programma era la lotta contro il latifondo, e concedere il pieno possesso delle terre al ceto rurale capace di coltivarle. Non era questo il vero punto.
A prescindere dai programmi politico ed economici, e persino dalle vicissitudini complesse e infine terminate nel disastro della sua Armata, quello che emerge e colpisce è la lettura che Di Rienzo dà delle motivazioni di Vrangel’ e di molti ufficiali bianchi: «La maggior parte degli storici occidentali ha prestato scarsa attenzione al ruolo centrale che l’onore ha avuto nell’Armata dei Volontari e ha genericamente individuato l’impulso a battersi contro la dittatura del proletariato in motivazioni meramente politiche».
Per una bizzarra (e punitiva?) invenzione del divenire, in contrapposizione alla nobilità, all’onore, al codice cavalleresco che avevano modellato la sua personalità e guidato tutte le sue azioni, il Barone nero fu probabilmente ucciso, come sostennero i familiari, e non in un leale duello con un suo pari, ma avvelenato dal fratello del suo maggiordomo.
I commenti dei lettori
HuffPost crede nel valore del confronto tra diverse opinioni. Partecipa al dibattito con gli altri membri della community.
