menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

La pecora non esiste in natura: Tozzi e San Francesco contro l'illusione del dominio

16 0
21.03.2026

Averlo di fronte - Mario Tozzi, geologo, primo ricercatore del CNR e tra i più autorevoli divulgatori scientifici italiani - e riascoltare quegli stessi allarmi che percorrono i suoi libri dà alla serata nell'Aula Magna Storica di Palazzo La Sapienza una qualità particolare: quella di un'emergenza confermata. Il ciclo promosso dall'Università di Pisa per gli 800 anni dalla morte di San Francesco ha ospitato un confronto tra Tozzi e Chiara Mariti, professoressa del Dipartimento di Scienze Veterinarie dell'ateneo toscano, moderato da Vincenzo Miragliotta, direttore dello stesso Dipartimento. Il titolo - Noi siamo natura: l'uomo come parte del sistema vivente - è il punto di partenza di una diagnosi.

La differenza che fa la differenza

Quale posto occupa l'uomo nel sistema vivente? San Francesco lo risolveva con il linguaggio della fraternità e della creaturalità. La scienza contemporanea lo descrive come interdipendenza tra uomo, animali e ambiente. I linguaggi cambiano. La questione rimane aperta. Vista, intelligenza, comunicazione, creatività, tecnologia: in ciascuno di questi ambiti esistono specie che ci superano.

Resta però una differenza, e per Tozzi è l'unica che conti davvero. I Sapiens sono l'unica specie che costruisce economie e accumula capitale. Tutto il resto - la cultura, l'apprendimento, persino la paura - appartiene anche agli altri animali. «La caccia, al lupo giovane, la deve insegnare la madre, esattamente come per noi», l'idea che gli animali agiscano per puro istinto è, a suo giudizio, «una stupidaggine». La formulazione più tagliente di questo argomento si trova in Caro Sapiens, il libro citato durante la serata, strutturato come dieci lettere che la Terra scrive al genere umano — l'ultima firmata da un virus. «I Sapiens si muovono sulla terra buttando all'aria gli ecosistemi, nessun'altra specie si comporta in quel modo».

Animali buoni da mangiare, animali buoni da pensare

Chiara Mariti porta nell'incontro la prospettiva delle scienze veterinarie. Il suo intervento prende le mosse dall'osservazione lessicale per la quale si dice «relazione uomo-animale», quando sarebbe più corretto parlare di relazione tra l'uomo e l'animale non umano. Una sottigliezza che rivela la tendenza a porre l'essere umano come categoria separata e implicitamente superiore.

Mariti distingue due poli estremi. Da un lato gli animali «buoni da mangiare», reificati e privati di rilevanza come esseri senzienti. Dall'altro gli animali da affezione, elevati a membri della famiglia. Nel mezzo, casi come il cavallo, la cui destinazione - sportiva, affettiva o alimentare - dipende dal contesto culturale. «La vacca è sacra in India; noi consumiamo carne bovina senza pensarci. Sono differenze culturali, non presupposti scientifici». Il termine che descrive questa logica è specismo: Mariti riconosce che una quota di antropocentrismo sia forse ineliminabile, ma sostiene che possa essere ridotta, e che l'università abbia in questo un ruolo specifico.

Il lupo e gli equilibri che non sappiamo leggere

L'esempio più ricco di implicazioni è quello del lupo. In Italia, ridotto a un centinaio di esemplari negli anni Settanta, è tornato grazie a una protezione rigorosa. Il problema, sostiene Tozzi, non è il lupo, ma la pecora. «Abbiamo allevato un animale che non esiste in natura, privo di difese, concentrato in ovili dove la relazione predatore-preda è a senso unico. Il lupo uccide tutte le pecore perché nessuna sa di essere preda. Queste stragi sono determinate da noi».

L'argomento di Yellowstone chiude il ragionamento. Reintrodotti i lupi nel parco, è diminuito il dissesto idrogeologico, perché i lupi controllavano i ruminanti che impedivano lo sviluppo delle piante necessarie ai castori, le cui dighe mantenevano l'equilibrio idrologico del territorio.

L'evidenza più diretta di Tozzi, però, viene da un'esperienza in Amazzonia. Ha trascorso una giornata con un capo indigeno nei pressi di Manaus, un uomo che a 41 anni stava bene, conosceva ogni risorsa della foresta e non prelevava mai più di quanto l'ambiente potesse rigenerare. «Non cambierei mai la mia vita con la sua - ammette Tozzi - ma quando me ne sono andato via non avevo capito benissimo da che parte si debba stare». Quando il profitto diventa l'unico metro di confronto con l'ambiente, ogni altro filtro visivo scompare.

Il ruolo dell'università e un'altra follia necessaria

Mariti e Miragliotta convergono sulla domanda conclusiva: cosa può fare un'istituzione accademica per orientare questo cambiamento di sguardo? Mariti distingue tra formazione interdisciplinare e terza missione, con il trasferimento di conoscenze verso l'esterno, secondo una logica bottom-up in cui le domande vengono dalla società. È in questa direzione che si muove il progetto OSCAR - Open Science for Creative Animal Research - con cui il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell'Università di Pisa ha ottenuto il riconoscimento ministeriale come dipartimento di eccellenza che applica un modello insolito proprio perché non è così frequente che l'università si apra, non solo in termini di portare, ma di ricevere nozioni.

A chiudere l’incontro è una lettura da Chesterton, relativa alla descrizione di come un passante del XIII secolo avrebbe potuto vedere Francesco d'Assisi - un giovane pazzo che si spoglia in pubblico, dona le sue ricchezze agli sconosciuti, ripudia il padre. «Un matto totale». Dieci anni dopo, quell'abito era già l'uniforme di cinquemila uomini. Il parallelismo è trasparente. Il cambiamento di sguardo che oggi servirebbe è tornare a riconoscere la propria appartenenza al sistema dei viventi e abbandonare il profitto come unico metro di misura. Qualcosa che alla maggioranza appare come una forma di follia. La domanda è se capiremo tutto questo in tempo.

I commenti dei lettori

HuffPost crede nel valore del confronto tra diverse opinioni. Partecipa al dibattito con gli altri membri della community.


© HuffPost