Un referendum poco epocale: rispettiamo lo spazio pubblico-politico
Il referendum sulla riforma della giustizia è alle porte e le ultime battute di questa campagna elettorale sono pesanti, segnate da una caduta del linguaggio politico-pubblico senza precedenti da parte dei proponenti di questa riforma, cioè il governo in carica di Giorgia Meloni e i suoi più stretti sodali. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, dovrebbe coltivare la sobrietà in tutti i sensi ma invece continua a straparlare, la sua capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, ha fatto dichiarazioni irricevibili definendo la magistratura “un plotone di esecuzione”. Infine Meloni, la premier, nel suo discorso di Milano ha usato un registro truce, minaccioso per spaventare la gente, pescando fra la cronaca nera e non, affermando che “se vince il No ci saranno figli strappati alle madri e stupratori in libertà”, cosa che ricorda campagne elettorali d’altri tempi quando la Democrazia Cristiana dipingeva i comunisti dei mangia bambini e riempiva le città di manifesti che inducevano paura. La premier ha inoltre ribadito che in caso di sconfitta non si dimetterà poiché, ha urlato, “questa riforma è epocale”, un refrain questo che ha accompagnato tutte le scelte o riforme che il suo governo ha proposto di fare. Tutto epocale quindi, cioè che caratterizza un’epoca, la contrassegna, anche se in questo caso significa e designa più una stagione che altro. Epocale può definirsi la trasformazione urbana di Parigi a fine ‘800, o la scoperta del vaccino antipoliomelitico, o la caduta del muro di Berlino, o un viaggio del Papa nelle plaghe più dimenticate del mondo.
L’ultima perla è del deputato di FdI, Aldo Mattia, in un comizio sul referendum a Potenza, che si è rivolto agli elettori incitandoli a votare Sì: "Se necessario usate il solito sistema clientelare", mortificando così la dignità delle istituzioni nonché quella dei cittadini. Non occorre citare l’ampia saggistica sul clientelismo; basta qui ricordare che esso è un sistema corruttivo in cui un patrono offre favori, protezione a individui a lui sottoposti chiedendo in cambio consenso elettorale e svendendo il bene pubblico all’asta di un mercato privato, fenomeno questo che ha inquinato la nostra vita politica e continua a farlo in aree e condizioni limitate, se è possibile il solo nominarlo da parte di alcuni partiti o capibastone.
Che dire? Il modello Trump imperversa, se pure per bocca di commedianti più piccoli, e impone al dibattito, al confronto pubblico toni e posture in cui la tracotanza o il mendacio invece che camuffati vengono esibiti come le insegne distintive di un modo di concepire la politica e il potere. È esagerato pensare che una nuova barbarie si diffonde nelle democrazie occidentali dimentiche dei duelli di parole che animavano il linguaggio pubblico politico nel tempo passato? Jurgen Habermas, scomparso qualche giorno fa, ha dedicato gran parte delle sue analisi e del suo impegno alla comunicazione della politica nello spazio pubblico come garanzia della buona salute di una democrazia, specificando che “la sfera pubblica politica è una struttura comunicativa poggiante sulla società civile e radicata (tramite questa) nel mondo di vita”. Questo vuol dire che l’intreccio della politica, delle istituzioni con la società civile è cruciale per una democrazia di qualità, attenta agli interessi collettivi e non al “particulare” degli interessi meramente individuali.
Ora noi cittadini il 22 e il 23 marzo dobbiamo esprimerci su una cosa importante, sul rispetto della nostra Costituzione, sul principio che nessuno è al di sopra della legge, quindi neppure i governanti, dobbiamo garantire la distinzione dei poteri fondante per una democrazia. E dobbiamo quindi votare No a una riforma che questi principi e garanzie vuole cancellare. Questo referendum, tutti i referendum, hanno la funzione di iniettare nelle vene di una democrazia sangue ricco e quindi di rafforzarla. Non sprechiamo questa occasione, usiamo bene i remi che ci sono dati!
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