Tra silenzio e corpi significanti. Linguaggi artistici in fusione al Festival Fog
Potrebbero essere le performance di Romeo Castellucci il simbolo dello spirto di FOG il Festival Performing Arts della Triennale di Milano, con la loro radicale irriducibilità a ogni definizione. Alla nona edizione, con la direzione di Umberto Angelini, la rassegna milanese si è distinta per l’attenzione alle nuove frontiere dello spettacolo dal vivo, con teatro, danza, performance e musica a dar vita a opere senza confini di genere. L’edizione 2026 iniziata il 28 febbraio con la nuova creazione di Castellucci “Credere alle maschere” con circa 30 spettacoli fino al 27 aprile, si estenderà poi con una seconda parte tra ottobre e novembre.
In Castellucci la declinazione è tuttavia quasi “in negativo”: nessuno al centro di una scena, se non oggetti portati da personale di servizio, in dialettica con un lemma, proiettato sul muro bianco. Attorno i corpi degli spettatori a ferro di cavallo indossano maschere da fattezze di volti di persone reali ma anonimi (e “persona” in latino significa “maschera”).
Una piccola liturgia della secolare disgregazione novecentesca della metafisica del senso. Si adora in silenzio, accompagnati da un piccolo colpo di gong tubolare ogni 5 secondi, la Scissione tra Segno e Significato, così come tra volto e maschera. Scrive Castellucci in una scarna nota: “non ci sono attori ma cose e parole”. Novecento evocato e revocato subito: “all’inizio ‘è una pipa che non è una pipa” scrive Castellucci ma dissolvendo Magritte – e Foucault e Saussurre e Wittgenstein: “ma non è questo il problema”. Nemmeno più “essere o non essere”. Una seduta di meditazione in cui “pipa” o “poesia” aprono spazi di lacerazione della referenza con “un vaso” e “una coperta” al centro dello spazio. Così come “un crocifisso” e la foto di Stan Laurel instaurano frattura e forse ctonia corrispondenza con altre parole. Castellucci lavora sull’enigma senza voler essere enigmatico, con una semplicità assoluta e inquietante. Per certi aspetti, nulla di nuovo per l’artista esplora tutto ciò dalla fondazione della Societas Raffaello Sanzio 40 anni fa, ma ritualmente c’è sempre in ogni sua opera qualcosa che irradia pensiero. E forse questo “qualcosa” è il problema.
Per la scissione radicale tra drammaturgia e uso delle parole nei suoi spettacoli, c’è un filo che lo lega a Mario Banushi, giovane drammaturgo e regista greco-albanese, ma già affermata rivelazione del (sarà premiato con il Leone d’Argento alla Biennale Teatro di Venezia 2026 a giugno) con i suoi primi spettacoli: “Mario, Bella, Anastasia” e il potente “Goodbye Lindita” portato lo scorso anno alla Triennale.
A FOG il drammaturgo ventiseienne porta l’ultimo lavoro “MAMI”. Un’elegia di figura femminile ma che va oltre la maternità, pur nascendo – come le altre opere – da una forte rielaborazione simbolica del vissuto personale dell’artista. In MAMI la nonna, la madre biologica e l’altra madre, seconda moglie del padre, nonché altre figure femminili con cui è cresciuto nell’infanzia di migrazione tra Grecia e Albania (e ritorno in Grecia dalla madre, da adolescente).
Il silenzio è al centro anche di “How I Learned To Drive” della regista serba (per restare in area balcanica) Tara Manić il 28-29 marzo. Un testo di Paula Vogel –Premio Pulitzer per la drammaturgia– in cui il silenzio e la memoria sono strumento di indagine del desiderio, dell’abuso e del potere nascosto nei gesti dell’amore.
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