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I protagonisti del conflitto in Iran hanno interessi in Africa. E possono far accadere cose

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14.03.2026

Anche se il Continente africano è rimasto finora immune dalle attività militari collegate alla guerra in Iran, in esso si trovano numerosi e rilevanti interessi strategici di tutti i principali attori del conflitto in corso.

L’ esempio più immediato è rappresentato da Gibuti. In un momento in cui i traffici marittimi risultano condizionati dalla chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, Gibuti occupa la posizione nevralgica di sponda africana dello Stretto di Bab El Mandeb, da cui transita circa il 12% del commercio mondiale, volume però molto ridimensionato negli ultimi anni a causa dei bombardamenti sul Mar Rosso degli Houthi filo-iraniani dallo Yemen.

In questo piccolo Stato di enorme rilievo geo-politico, dove l’Italia è uno dei pochi Paesi a non avere una Rappresentanza diplomatica bilaterale (la competenza è dell’Ambasciata ad Addis Abeba), sono collocate una decina di basi militari straniere fra cui quelle permanenti di Stati Uniti, Francia, Cina, Giappone, ed Italia. Gibuti è chiamata la “capitale mondiale delle basi militari”, la cui compresenza in un territorio così ridotto è dovuta proprio alla posizione strategica del Paese, alla sua invidiabile stabilità politica, e alle attività occidentali di anti-pirateria sul Mar Rosso. La base statunitense “Camp Lemonnier”, forte di circa 4000 militari a stelle e strisce, è la più grande in Africa, e gli USA pagano circa 70 milioni di dollari per il suo affitto al Governo di Gibuti; ma poiché dista oltre 2 mila chilometri dall’Iran non ha svolto finora attività logistiche o relative al volo di droni spia verso Teheran. L’area comunque è molto sensibile, soprattutto in relazione al pericolo rappresentato sulla costa araba dello Stretto dagli Houthi, fedeli a Teheran.

Anche il vicino Somaliland, territorio autonomo recentemente riconosciuto come indipendente e sovrano soltanto da Israele, occupa una zona nevralgica, crocevia di molteplici interessi. Israele ha ampliato la sua presenza in Africa, e nel Corno in particolare, con l’obiettivo di esercitare un controllo sui traffici e i movimenti nel Mar Rosso (inclusi quelli di armi), considerata zona di rilevanza prioritaria per Gerusalemme, anche in chiave militare, per le potenzialità del porto di Berbera: quest’ultimo potrà diventare una sua base logistica e commerciale, un centro per l’ intelligence contro il terrorismo collegato agli Houthi, un avamposto israeliano per contenere la forte influenza turca sulla regione, e per monitorare gli investimenti sui minerali strategici, oltre che i numerosi conflitti locali, spesso sostenuti da attori stranieri. Grazie alla sua capacità economica, militare e di “intelligence” Israele tenta con alterni successi di contrastare la naturale propensione africana per la causa palestinese; in effetti, Paesi come Marocco, Senegal, Kenya, Ghana, Rwanda, Camerun, RDC, Malawi, Togo intrattengono crescenti relazioni con Gerusalemme, che si concretizzano in affari economici, licenze di sfruttamento minerario ed utilizzo della tecnologia israeliana per la difesa ed i Servizi di sicurezza. Particolare poi caso dell’Etiopia, in cui alcune migliaia di abitanti del Paese (denominati Falasha) vantano un legame storico con Israele, che risalirebbe alla leggendaria unione del Re Salomone con la Regina di Saba.

Per quanto strano possa sembrare, le posizioni di Israele e degli Emirati Arabi Uniti sul Mar Rosso hanno numerose convergenze: in Somaliland anche Abu Dhabi ha investito ingenti risorse finanziarie (attraverso la propria compagnia logistica DP World), per potenziare il porto di Berbera, accrescere la sua influenza sui traffici nello Stretto, limitare l’ attività destabilizzatrice degli Houthi filo-iraniani e i gruppi estremisti come Al Qaeda, ed al Shabaab in Somalia, in favore della sicurezza delle vie commerciali marittime. Ulteriori investimenti portuali sono stati fatti dagli Emirati ad Assab (in Eritrea) e a Bosaso, in Somalia; Abu Dhabi è anche favorevole ad uno sbocco al mare per l’Etiopia proprio ad Assab, obiettivo per il quale sta riversando in modo poco trasparente miliardi di dollari nell’ammodernamento della capitale etiopica, Addis Abeba, malgrado le condizioni interne del Paese alquanto disastrate.

Negli ultimi tempi si è accentuata, a causa delle diverse posizioni politiche sullo Yemen, la rivalità di Arabia Saudita ed Emirati sul Corno d’Africa, regione in cui Riyad privilegia i rapporti con Gibuti, la Somalia, l’Eritrea, e con le forze governative sudanesi SAF, in guerra da tre anni contro le milizie delle Rapid Support Forces del Gen. Hemetti, sostenute militarmente e finanziariamente da Abu Dhabi.

In questo intreccio quasi inestricabile di influenze, rivalità e conflitti per procura, che potrebbero essere ulteriormente complicati dagli effetti della guerra in corso in Iran, del tutto peculiare appare la postura africana di Teheran. L’ influenza maggiore è sugli sciiti in Nigeria, guidati politicamente da Ibrahim Zarzaky, uomo di fiducia in Africa Occidentale degli Ayatollah e guida del Movimento Islamico Nigeriano (MIN), molto critico contro il Governo di Abuja. Altro centro importante per la propaganda politico-religiosa iraniana in Africa è rappresentato dall’Università Al Mustafa, con sei sedi nel Paese, e con centrali distaccate in Camerun, Niger, Senegal, Sierra Leone, Costa d’ Avorio, Ghana, Comore, RDC, Uganda e Tanzania.

Esponenti del MIN nigeriano hanno organizzato manifestazioni di veemente protesta, sebbene pacifiche, dopo l’uccisione nel bombardamento israelo-americano della Guida Suprema della Rivoluzione Ali Khamenei, negli Stati di Gombe, Niger, Kano, Sokoto, Bauchi e Yobe, nel centro nord del Paese, in cui ad ogni modo gli sciiti sono un’esigua minoranza.

Rapporti antichi e profondi legano poi la Repubblica Islamica all’autoproclamata Repubblica Araba Saharaoui Democratica (RASD-Sahara Occidentale), connessa a sua volta con gli Hezbollah libanesi e gli Houthi yemeniti.

La rete di Teheran in Africa si estende, con la cosiddetta “diplomazia del drone”, anche al governo dell’Etiopia, il quale ha comprato ed utilizzato droni iraniani Mohajer-6 durante la guerra nella regione settentrionale del Tigray (2020-2022), usati altresì dalle milizie RSF nella guerra civile in Sudan; e ad una serie di piccoli Paesi insulari o costieri come Sao Tomè e Principe, le Comore, la Liberia e la Sierra Leone, le cui navi di bandiera, in realtà di proprietà di armatori occulti, servono a trasportare circa due milioni di barili al giorno di petrolio iraniano verso la Cina ed altre destinazioni, aggirando l’embargo dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

Quanto agli effetti economici del conflitto in Iran, il Continente africano patisce le stesse conseguenze negative del resto del mondo, cioè rialzo dei prezzi di gas e petrolio, penuria di carburanti raffinati alle pompe di benzina, inflazione, riduzione nelle prospettive di crescita, notevoli difficoltà nei rispettivi bilanci statali, già ridotti all’osso dalle spese per la sicurezza e dall’ingente debito africano, le cui dimensioni non potranno che peggiorare. Si riscontrano anche ulteriori difficoltà nell’afflusso di aiuti umanitari e di emergenza verso le aree africane di crisi.

Tutto ciò quando le principali istituzioni finanziarie, fra cui l’African Development Bank, hanno sottolineato che ogni anno servirebbero 1,3 trilioni di dollari per colmare i principali gap di sviluppo economico del Continente.

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