Senza centro la sinistra non vincerà mai
È inutile girarci attorno. Lo dice la storia e, soprattutto, la concreta esperienza politica del nostro paese. La sinistra nel nostro paese vince ad una sola condizione. E cioè, che nella coalizione che si presenta agli elettori ci sia una vera alleanza di centro sinistra e non solo un cartello delle sinistre. Per capirci, non una alleanza “frontista” come quella del lontano 1948 con Togliatti o quella del 1994, meglio conosciuta come la “gioiosa macchina da guerra” guidata da Occhetto. Una regola, questa, cha vale soprattutto nella seconda repubblica perchè, come tutti sanno e per ben 50 anni, la politica riformista, democratica e di governo nella prima repubblica era declinata principalmente se non quasi esclusivamente da un solo partito, la Democrazia Cristiana. Ma dal 1994 in poi, appunto, l’alleanza di centro sinistra era, e resta, competitiva solo se accanto ad una sinistra riformista e di governo è presente un centro altrettanto autorevole, riformista e di governo.
E la concreta esperienza contemporanea lo conferma in modo persin plateale. E cioè, con un “campo largo” fortemente sbilanciato a sinistra, è indispensabile se non addirittura decisivo avere un Centro che sia visibile e che, soprattutto, riesca ad essere un protagonista nella costruzione del progetto politico complessivo della coalizione di centro sinistra. Insomma, l’esatto contario della cosiddetta “tenda” evocata dall’ex comunista Bettini. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare. Ovvero con la “tenda” il centro sarebbe destinato inesorabilmente a giocare un ruolo satellitare, marginale e del tutto irrilevante sul versante politico e programmatico. Se il modello a cui guardare, invece e al contrario, è quello del Ppi di Marini e di Gerardo Bianco o della Margherita di Rutelli e dello stesso Marini, si arriva facilmente alla conclusione che la coalizione di centro sinistra è credibile, competitiva e solida solo se c’è una sinistra riformista e di governo che si allea con un centro altrettanto riformista e di governo.
Per queste ragioni, semplici ma essenziali, quasi si impone la necessità di ricostruire una simil Margherita. Certo, e pur senza replicare passivamente il passato, deve rispondere ad alcune caratteristiche di fondo. Dev’essere, innanzitutto, un partito democratico al suo interno e, di conseguenza, con nessuna deriva personale o, peggio ancora, proprietaria da parte di chicchessia. Non può che essere un soggetto politico culturalmente plurale. Capace, cioè, di riunire sotto lo stesso tetto le migliori culture riformiste e costituzionali del nostro paese. Da quella cattolico popolare e sociale a quella laica e liberale, da quella verde ambientalista a quella social democratica. E, infine, deve avere la capacità, e il coraggio, di saper declinare un progetto politico e di non limitarsi, come ovvio e persin scontato, a gestire l’ordinaria amministrazione o, peggio ancora, di ridursi a fare la ruota di scorta degli azionisti di maggioranza della coalizione.
Ecco perchè, forse, oggi ha senso riparlare di Margherita. Ma, com’è altrettanto chiaro, deve saper rispondere a quelle precise caratteristiche. E quindi, nè una banale “tenda” e nè, tantomeno, un luogo destinato solo ad accontentarsi di qualche briciola a conferma della pluralità dell’alleanza. Deve, come sono stati appunto il Ppi e la Margherita del passato, saper giocare un ruolo politico, culturale e programmatico protagonistico e in prima linea. Senza sudditanze politiche e culturali e, soprattutto, senza alcun complesso di inferiorità.
I commenti dei lettori
HuffPost crede nel valore del confronto tra diverse opinioni. Partecipa al dibattito con gli altri membri della community.
