Perché voterò No al referendum sulla giustizia
Manca meno d’una settimana, e finalmente potremo esprimerci per l’ottantaquattresima volta a una consultazione referendaria nazionale fin da quel 2 e 3 giugno del 1946: il 22 e 23 marzo prossimi.
Quanto è prezioso e potente, poterlo fare. Quanto è un peccato, darlo per scontato o, peggio, non farlo: a non far niente ci si fa male, lo si fa a tutte e tutti, alla democrazia. Andate a votare, per prima cosa.
In seconda istanza, perché è in effetti secondario rispetto all’esercizio di democrazia in sé, votate No.
Non penso che la giustizia italiana funzioni bene. Chiunque abbia visto da vicino tribunali e carceri sa che esistono problemi seri: correntismi, corporazioni, tempi biblici. Dirlo non significa essere “nemici della magistratura” (io me ne considero un amico!), così come chiedere equilibrio tra i poteri non significa voler smontare lo Stato di diritto.
Esistono persino argomenti non banali tra chi sostiene il Sì. In franchezza, è una delle ragioni per cui il risultato pare tanto in bilico. La Costituzione si può cambiare eccome, è costituzionalmente previsto e anzi, vi svelo un apparente paradosso che è un non segreto: è di sinistra, voler cambiare la Carta, perché sinistra è progressismo, mentre conservazione è di destra. Il punto è come lo si fa, quando lo si fa e chi lo fa. E questo referendum, così com’è, convince affatto.
Continuo a credere che davanti alla legge debbano stare davvero tutti. È una posizione che nella storia della sinistra italiana non è affatto estranea. Basta ricordare Piero Calamandrei, che difendeva l’indipendenza della magistratura proprio perché la vedeva come una garanzia per i cittadini più deboli. O l’idea di democrazia sostanziale che attraversava il pensiero della sinistra costituzionale, da Pietro Ingrao fino alle esperienze più recenti della sinistra ecologista e sociale.
Negli ultimi trent’anni in Italia è successo qualcosa di singolare. Dopo la stagione di Mani Pulite l’Italia ha conosciuto una lunga reazione culturale: un garantismo diventato spesso difesa preventiva dei potenti, una sorta di ideologia dell’impunità. Non parlo del garantismo costituzionale – quello vero, che tutela i diritti – ma di quello che potremmo chiamare garantismo classista: inflessibile quando riguarda chi non ha potere, improvvisamente indulgente quando riguarda chi ne ha troppo.
Non è un caso che questa cultura sia cresciuta nel tempo insieme all’egemonia del berlusconismo, una delle due parti in commedia un po’ caricaturale degli ultimi lustri. Da una parte appunto il berlusconismo, delle garanzie ad personam e salvacondotti ad libitum, legittimi impedimenti del tutto illegittimi e quant’altro. Dall’altra il grillismo, che nasceva invece da un impulso morale comprensibile: l’idea di spazzare via la corruzione e restituire dignità alla politica. Un’intenzione che molti cittadini onesti hanno sentito come necessaria, anche quando poi le forme che ha assunto si sono rivelate fragili o contraddittorie.
In mezzo, spesso, è rimasto un equivoco culturale, su cosa sia e su cosa debba e possa legittimamente arrivare ad essere il garantismo. Non un’ “uscita di prigione” del Monopoli sempre valida per chi può comprarsela, comprando tempo.
Fuor di tifoserie piccine e polarizzazioni mortificanti, c’è una cosa che Carlo Nordio dice correttamente: il correntismo del CSM è una piaga che va sanata. La magistratura non può essere una casta che si autoprotegge per cordate. Ma la cura proposta è peggiore del male. Introdurre il sorteggio per l’elezione del CSM significa ammettere che la politica ha fallito, rinunciando a selezionare i migliori per affidarsi al caso. È la democrazia della tombola.
E la separazione delle carriere? Non serve a rendere il processo più giusto, ma a recidere il legame tra il pubblico ministero e la cultura della giurisdizione. Un PM che non respira più l’aria del giudice rischia di diventare un super-poliziotto, un accusatore puro che perde di vista la ricerca della verità a favore della performance repressiva.
Ricordava Umberto Terracini che l’indipendenza della magistratura è la garanzia che il cittadino ha contro l’arbitrio del potere. Questa riforma, col pretesto di colpire le correnti, rischia di colpire proprio quell’indipendenza. Diceva anche che la Costituzione è “un patto di equilibrio tra poteri diversi”. Quando tocchi quell’equilibrio devi farlo con una visione lunga, non con un’operazione di corto respiro politico.
Ecco perché No. Non per difendere corporazioni. Non per conservare lo stato delle cose. Non per fare un voto contro qualcuno, con tutto il rispetto per l’attuale presidente del Consiglio, del cui destino personale con rispetto mi preme assai meno che del nostro comune destino costituzionale. Ma perché penso che la giustizia italiana abbia bisogno di riforme più profonde, più serie, più costituzionali di questa.
O – per dirla con Alexander Langer – riforme che sappiano muoversi “lentius, profundius, suavius”: più lentamente, più in profondità, più dolcemente. Non con l’urgenza propagandistica di una stagione politica.
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