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Il filosofo Giorgio Agamben ha ispirato la nuova esposizione di Collection Pinault a Parigi

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17.03.2026

Si chiama Clair-obscur e raccoglie un centinaio di opere che Emma Lavigne, curatrice e dell'esposizione, ha riunito a partire da una riflessione di Giorgio Agamben, il filosofo italiano le cui opere spaziano dall'estetica alla biopolitica, dalla linguistica alla storia dei concetti.

Nel saggio "Che cosa è il contemporaneo?" Agamben scrive: "Un contemporaneo è qualcuno che, guardando alla sua epoca, sonda le ombre invece delle luci. Tutti i tempi sono bui per chi vive la propria contemporaneità. Quindi, un contemporaneo è qualcuno che sa vedere questa oscurità, che è capace di scrivere intingendo la penna nell' oscurità del presente".

Il vocabolo Clair-obscur fa riferimento alla tecnica del chiaroscuro emersa nella pittura manierista del XVI secolo e da quel momento utilizzata per accrescere il senso di tensione drammatica in dipinti inizialmente di ispirazione religiosa.

Non si tratta di un'esposizione tematica di impianto tradizionale: le opere esposte sono tutte di autori contemporanei che hanno utilizzato il chiaroscuro come linguaggio visivo, principio filosofico o strumento per scandagliare le zone d'ombra del nostro subconscio.

Quello che unisce i lavori di questi trenta artisti non è la tecnica o il soggetto, ma il pensiero: tutti nascono in risposta a quesiti esistenziali, il che è in fondo la missione precipua dell'arte contemporanea

I lavori sono ora disposti alla Bourse de Commerce trasformata in uno spazio tanto luminoso quanto crepuscolare, capace di offrire un'esperienza immersiva al visitatore. Dare conto di tutto è impossibile, ma restituirne una traccia è utile per valutare la qualità straordinaria di questa collettiva.

Camata rievoca all'infinito un'ibridazione tra vita e morte, corpo e paesaggio, passato, presente e futuro, ombra e luce, invitando chi lo guarda a riflettere sul ruolo degli esseri umani in un mondo governato dalla tecnologia.

Collocato nello spazio denominato Studio, La quinta del sordo è il filmato dove l'artista di origini algerine Philippe Parreno reinterpreta le 14 "Pitture Nere" di Francisco Goya realizzate sui muri della sua ultima abitazione. Parreno ha utilizzato una telecamera ad altissima definizione, per immergersi nei dipinti oscillando tra superficie e profondità, luce e ombra, realizzando un'esperienza immersiva all'interno di uno spazio immaginario.

Meno conosciuti ma profondamente seducenti sono i dipinti del romeno Victor Man disposti nella Galleria 3. Nonostante le piccole dimensioni dei suoi dipinti da cavalletto, ognuno di essi si propone come una meditazione sulla natura umana.

Man nutre una profonda fede nel continuum emotivo della tradizione pittorica occidentale che a partire dal trecento italiano si sarebbe sviluppata lungo linee che toccano le parti più profonde e oscure della nostra psiche.

Ogni suo dipinto ricorda che il presente non è mai separato dal passato: il contrasto tra luci e ombre allude a uno scetticismo generale verso la conoscenza, scetticismo simile a quella vissuto dall'Europa nel XVII secolo, l'età d'oro della vanitas e del chiaroscuro.

Una postilla. Di fronte allo spessore di questa sola esposizione è amaro constatare come il polverone generato intorno a programmi e padiglioni della Biennale Arte 2026 appaia una lite da cortile.

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