Se la polemica sul referendum della Giustizia sfiora perfino l'Ucraina
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Se la polemica sul referendum della Giustizia sfiora perfino l'Ucraina
Il sottosegretario Fazzolari, seppur scherzando, evoca Putin, ma gli avversari non risparmiano insulti ai sostenitori del Sì
Magari sarà stata solo una battuta, come sostiene Gianbattista Fazzolari. Ma dire, seppure scherzando, che Vladimir Putin al referendum sulla giustizia «voterebbe No» rischia di rientrare nella classifica degli autogol: categoria che i due schieramenti alimentano, come si è visto martedì con gli insulti arrivati anche contro il fronte del Sì. Il sottosegretario a Palazzo Chigi ha voluto rispondere a una domanda sulla consultazione del 22 e 23 marzo, osservando che in Russia «non c’è la separazione delle carriere». Ma in un clima già teso, associare al capo del Cremlino chi è contro la riforma lascia perplessi. Non a caso in serata lo staff di Fazzolari ha cercato di ridimensionare quella frase.
L’aspetto sconcertante è che le parole del braccio destro di Giorgia Meloni sono arrivate in un convegno di FdI nel quale si parlava dell’ aggressione russa all’Ucraina; e nel quale il governo ha ribadito con forza il sostegno anche militare a Kiev. È inevitabile il sospetto che la campagna referendaria tenda a insinuarsi in ogni angolo dello scontro di queste settimane. E sfiori perfino la discussione sulla politica estera. Eppure, l’anniversario dell’invasione russa ha rivelato una chiusura netta dell’esecutivo all’ex segretario leghista Roberto Vannacci. L’ipotesi che possa rientrare nella maggioranza è stata scartata per le sue posizioni filorusse: tendenza confermata con l’adesione proprio martedì del suo partito, Futuro nazionale al gruppo Europa delle nazioni sovrane, fondato dai cripto-nazisti tedeschi di AfD, a destra perfino dei Patrioti anti-Ue.
«Il programma di centrodestra», ribadisce Fazzolari, «prevede il sostegno a Kiev». In questa messa a punto si indovina sia la volontà di scansare le accuse di una solidarietà intiepidita verso l’Ucraina; sia di additare a una Lega nervosa la strada del sostegno a Volodymyr Zelensky; sia di parlare alle frange del proprio elettorato tentate dal radicalismo di Vannacci. In più, riaffiora l’esigenza di tenere insieme l’allineamento con l’Ue e con gli Usa di Donald Trump, nonostante la difficoltà a conciliare le due cose. Ma nelle opposizioni la divergenza è almeno altrettanto vistosa. Carlo Calenda, leader di Azione, è a Kiev e da lì rimprovera governo e sinistre di non esserci mai andati. E bolla Lega e M5S come partiti pro Putin. Un Giuseppe Conte imbarazzato replica: «Bisogna andare a Kiev ogni mese? Abbiamo condannato l’aggressione russa. Non sono andato nemmeno a Gaza». Ma che la posizione del M5S sia a dir poco ambigua è confermato dalle tensioni nel Pd. «Sull’Ucraina le differenze ci sono», ammette la capogruppo Chiara Braga. Però, «dire che sono abissali non corrisponde alla verità». Parole che non si sa bene se interpretare come rassicuranti o preoccupanti.
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24 febbraio 2026 ( modifica il 24 febbraio 2026 | 20:51)
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