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I partigiani, Filogamo: così Sanremo divenne metafora dell’Italia

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23.02.2026

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I partigiani, Filogamo: così Sanremo divenne metafora dell’Italia

Tutto cominciò nel dopoguerra, quando il Cnl chiese a Rambaldi di inventarsi qualcosa per rilanciare l’economia

Adriano Celentano volta le spalle al pubblico nel Sanremo del 1961

«Signore e signori, benvenuti al Casinò di Sanremo per un’eccezionale serata organizzata dalla Rai, una serata della canzone con l’orchestra di Cinico Angelini. Premieremo, tra le duecentoquaranta composizioni inviate da altrettanti autori italiani, la più bella canzone dell’anno. Le venti canzoni prescelte vi saranno presentate in due serate e saranno cantate da Nilla Pizzi e da Achille Togliani con il duo vocale Fasano». Era il 29 gennaio 1951, un lunedì, e alla radio veniva trasmesso per la prima volta il Festival della canzone italiana. Il presentatore si chiamava Nunzio Filogamo e l’anno dopo esordirà con il suo celebre saluto: «Miei cari amici vicini e lontani, buonasera, ovunque voi siate». La più celebre manifestazione della canzone italiana nasce nel 1951, voluta dall’industriale Pier Busseti, gestore del Casinò di Sanremo. Nel Salone delle Feste del Casinò, tra tavolini da cafè-chantant e camerieri in divisa, un fortunato quanto esiguo pubblico partecipa, con un biglietto da 500 lire (che include cena e spettacolo), in un’atmosfera elegante in linea con l’immagine offerta dall’Azienda di Promozione Turistica sanremese, all’esibizione canora, organizzata dalla Rai di Torino in tre serate e trasmessa radiofonicamente «in presa diretta». In realtà, qualcosa si era già mosso prima. Nel 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale chiede all’ex partigiano sanremese Amilcare Rambaldi (che poi s’inventerà nel 1974 il «Premio Tenco») di formulare qualche idea per rilanciare l’economia cittadina dopo i disastri della Seconda guerra mondiale. Rambaldi mette sul tavolo diverse proposte. Si potrebbe organizzare una sfilata di moda, un torneo di Bridge o indire un concorso canoro. Il comitato del Casinò boccia quella che sarebbe potuta diventare la prima edizione del Festival di Sanremo e, nel frattempo, il 25 agosto 1948, va in scena il Festival della Canzone Italiana di Viareggio. L’evento riscuote un certo successo, ma chiude i battenti nel 1950 per mancanza di fondi. A Sanremo, il direttore del Casinò, Angelo Nicola Amato, discute con Angelo Nizza, autore radiofonico, sull’ipotesi di rivalutare l’idea di Rambaldi e organizzare una rassegna canora nazionale. A differenza della kermesse di Viareggio, Amato, Nizza e Busseti decidono di spostare l’evento in inverno, per attirare turisti anche fuori della stagione balneare. Le prime edizioni vengono trasmesse solo dalla radio, con una certa indifferenza anche della stampa quotidiana, ma nel 1955, la manifestazione comincia ad avere una certa popolarità e la tv decide di appropriarsene. Da allora, infatti la storia del Festival prosegue di pari passo, spesso sovrapponendosi, alla storia della televisione. All’inizio, la trasmissione è prudentemente inserita in un contesto collaudato: il presentatore è Filogamo, il celebre Aramis della più fortunata radiocommedia italiana, «I tre moschettieri», e anche il Maestro Cinico Angelini e i cantanti Pizzi, Togliani e il Duo Fasano sono già noti al pubblico. Sanremo vuole essere una manifestazione di promozione turistica ma, in realtà, affidandosi alla radio, intende anche creare un’eco nazionale attorno all’avvenimento. Il terzetto di artisti si cimenta con svariate canzoni, per l’esattezza dieci per sera per i primi due giorni. Il pubblico del Casinò è chiamato a votare cinque canzoni ogni sera e a eliminarne altre cinque. La terza serata è quella finale: vincitrice, tra le venti canzoni selezionate, è Nilla Pizzi con «Grazie dei fiori» di Seracini-Testoni-Panzeri. Il Festival si affida dunque alla radio ma anche alle riviste settimanali: a Sanremo, infatti, sono presenti i fotoreporter di Publifoto che intuiscono l’importanza della manifestazione e la nascita di un divismo canoro che va ad affiancarsi a quello cinematografico. Non essendoci immagini televisive di quei primi anni, la fotografia assume ora un valore documentale di grande importanza. Quei servizi da Sanremo dei fotoreporter di Publifoto (ora nell’Archivio storico di Intesa Sanpaolo) testimoniano di un’Italia che ha fretta di dimenticare la guerra e la povertà, che vuole affidare alle canzoni una ritrovata spensieratezza ma anche, come nel caso di «Vola colomba», un desiderio di rivalsa circa la «questione triestina o giuliana». La colonna sonora dell’esercito di liberazione americano era stato il boogie-woogie, musica piena di eccitazione ma a noi sconosciuta, adesso bisognava trovarne una italiana, legata alla tradizione melodica e del bel canto. Il Festival di Sanremo è un capitolo importante non solo della storia della musica e della televisione ma anche della storia sociale italiana. Capita di rado che una trasmissione televisiva e una parata di «canzonette» mobilitino la coscienza critica del Paese. Negli anni Sanremo ha acceso polemiche, ha sparso veleni, ha abusato di allegorie e ha fatto in modo che tutti si prendessero maledettamente sul serio. Senza abusare delle trite metafore del festival come specchio della società, Sanremo è pur sempre un «luogo della memoria», secondo la bella definizione dello storico Mario Isnenghi, un grande album di famiglia su cui si fonda la nostra identità, la nostra «emotional community», una storia «minore», piena di nostalgie, aneddoti ed entusiasmi, capace di integrare quella «maggiore».

23 febbraio 2026 ( modifica il 23 febbraio 2026 | 17:04)

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