La protesta di 335 medici universitari del Policlinico Federico II: «Siamo stanchi, 26 ore di assistenza per meno di 200 euro»
I ricercatori e professori associati hanno firmato una lettera aperta, hanno incontrato la Regione e oggi portano la loro battaglia in tribunale
Sono 335 tra ricercatori e professori associati. Hanno firmato una lettera aperta, hanno incontrato la Regione e oggi portano la loro battaglia in tribunale. Al centro del caso che scuote il Policlinico Federico II di Napoli c’è una riduzione degli stipendi che, per alcuni, arriva fino a 900 euro lordi al mese. Una vicenda che va oltre il piano tecnico e investe direttamente il tema del valore riconosciuto alla medicina universitaria.Il nodo nasce dal nuovo protocollo d’intesa siglato nel 2024 tra Regione Campania e Università Federico II — insieme agli atenei Vanvitelli e di Salerno — che ha ridefinito le condizioni economiche dei medici universitari. Si tratta di professionisti con un doppio ruolo: da un lato docenti e ricercatori, dall’altro medici impegnati nell’assistenza. Due buste paga distinte: una universitaria, per didattica e ricerca, rimasta invariata; una ospedaliera, per l’attività clinica, che invece è stata profondamente ridimensionata.
Il risultato è stato immediato: una decurtazione significativa della componente assistenziale dello stipendio. «Un taglio salariale che arriva fino a 900 euro lordi mensili», denunciano i firmatari. A essere colpiti soprattutto i più giovani: i ricercatori, che hanno visto riduzioni tra i 700 e i 900 euro lordi, pari a circa 500 euro netti al mese.Tradotto in termini concreti, significa che per circa 26 ore settimanali di attività assistenziale — oltre 100 ore al mese tra reparti, ambulatori e turni — l’indennità può fermarsi a 200-300 euro netti. «Circa 2,50 euro l’ora», si legge. Una cifra che, sottolineano, «non remunera, non riconosce, non rispetta».Il paradosso, aggiungono, è che l’applicazione del nuovo protocollo ha prodotto effetti opposti lungo la scala gerarchica: mentre i più giovani subivano tagli consistenti, per alcune figure apicali si è registrato un incremento fino a mille euro lordi mensili.Non si tratta, però, solo di numeri. I ricorrenti insistono sul significato più ampio della vicenda: «Non si sta discutendo soltanto di una delibera», ma di «quanto vale, in concreto, il lavoro di chi ogni giorno tiene in piedi la medicina universitaria». Perché questi professionisti, ricordano, non sono figure marginali: curano pazienti, operano, coprono turni anche notturni e festivi, e allo stesso tempo insegnano e fanno ricerca.Da qui la decisione di ricorrere al tribunale contro la delibera aziendale che ha recepito il protocollo. Ma parallelamente si è aperto anche un confronto istituzionale. Dopo la lettera aperta, i rappresentanti dei 335 hanno incontrato esponenti della Regione Campania, che — secondo quanto riferito — si sono impegnati a intervenire in tempi brevi per risolvere la situazione.
Sul caso è intervenuto anche il presidente dell’Ordine dei medici di Napoli, Bruno Zuccarelli che, all’agenzia Dire, ha lanciato un allarme netto: «Questi tagli potrebbero provocare un’ulteriore emorragia di medici». Un rischio concreto in un sistema già segnato da carenze di personale e dalla crescente attrattività del settore privato o delle opportunità all’estero.Il punto, infatti, riguarda anche il futuro. Il messaggio che arriva alle nuove generazioni è chiaro e preoccupante: «Non conviene restare in università, non conviene investire nella ricerca e nella didattica». Una prospettiva che potrebbe indebolire uno dei pilastri storici del Servizio sanitario nazionale: quel modello che integra assistenza, formazione e innovazione.Le ricadute non si fermano agli addetti ai lavori. Riguardano gli studenti, gli specializzandi, i pazienti. Riguardano la qualità della formazione e dell’assistenza nei grandi policlinici universitari.Il tribunale si pronuncerà sul piano giuridico. Ma la questione, ormai, è anche politica e culturale. «Qui non si tratta soltanto di stipendi», scrivono i medici. «Qui si tratta di rispetto, di credibilità delle istituzioni, di futuro della medicina universitaria. E soprattutto di dignità».
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13 aprile 2026 ( modifica il 13 aprile 2026 | 11:59)
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