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Ritorno al futuro: giovani pendolari con destinazione altro

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12.03.2026

Tutto cambia, nulla cambia. Quanti di noi avrebbero immaginato il mondo così quarant’anni fa? Nell ’antica Roma si venerava la divinità di Janus, divinità dell’inizio, del passaggio e della fine su un’unica testa. Gli orfani del sociale, dalle case popolari ai centri ricreativi alternativi del passato, sono costretti a fare i pendolari alla ricerca di altro. Vi sono strumenti quantitativi e qualitativi, e ultimamente ci siamo rivolti quasi esclusivamente ai primi. Un esempio potrebbe essere l’Happiness Index (HI – vedi Jeffrey Sachs) che prende in considerazione fiducia, salute, coesione e il buon funzionamento delle istituzioni. Quanta felicità e sollievo possono dare proposte nel sociale quando suggeriscono speranze alternative? I giovani hanno molto ma non hanno una vita facile. Non nel concreto: lavoro, casa, cause, ecc. Quali sono alternative (sane, si auspica) che li rendano felici? La bellezza dell’energia giovanile è fugace, non la si possiede. La si apprezza e la si vive. Quel senso di libertà rappresenta gli ultimi scampoli della democrazia come abbiamo avuto la fortuna di conoscerla. Altro, un concetto astratto, non meglio definito. Non omologato o organizzato secondo la logica del profitto. La martellante pseudo-austerità è una forma di battaglia di classe, un alibi. Il premio non è necessariamente una coppa. Se la motivazione ha radici più profonde, anche i piccoli esperimenti e fallimenti rappresentano esperienze di crescita. Tutto cambia, e nel 2026 gli anni 70 ritornano col paradosso temporale di Cronos. Queste dinamiche calzano a pennello con i centri sociali. Il concetto dei centri sociali autogestiti nasceva negli anni 70 tra i giovani delle sinistre come controcultura e aggregazione: sport, cultura, scuola. Se pensiamo a un centro sociale non facinoroso: crea identità. In tal caso l’osservatore non può rimanere passivo durante l’osservazione. Vi sono due tipi di centri: quelli con influenze positive e quelli meno positivi e criticabili. Molti centri proattivi sembrano vivere di un sistema basato su passioni, valori ed esperienze più che routine istituzionale. Un’identità confidente e positiva carica di significati che abbatte altri esiti e divulga intenzioni e aspettative. Agisce sulla condotta che plasma la realtà della convivenza, quindi, coinvolge parte della società stessa. Vi sono molte concezioni errate nella narrativa e, qualsiasi l’opinione a riguardo, la solita indifferenza con orecchie da mercante non è un’opzione. Oltre agli effimeri likes del nuovo mondo servirebbe una terapia di consistenza a iosa. Specialmente adesso che si nota come le vecchie illusioni di certezza e giustizia stanno crollando sotto crudeltà e avidità nella speranza di un nuovo Rinascimento. I centri sociali? Se prima vi erano episodi di sgombero al nord, poi toccherà alla capitale. Del 6 marzo la notizia che il Comala di Torino di Torino potrebbe sfangarla per un pelo. L’associazione vincitrice della cordata è disposta a un nuovo spazio e il Comala resta lì come baluardo. Ciò ha suscitato diverse reazioni. I sostenitori degli sgomberi parlano di ripristino della legalità, del contrasto al degrado. D’altro canto, c’è chi sostiene che i centri offrono ospitalità e sostituiscono lo Stato lì dov’è carente nel sociale. Lo sgombero viene vissuto, dai giovani dei centri, come atto ‘fascista’. Come una crociata rivolta internamente anelando un conservatorismo del passato. Al di là di tutto, la politica dovrebbe guardare fuori dalla propria finestra verso il futuro, al di là del narcisismo effimero che permea tutte le pareti. Esiste a Roma un problema case, costi e opportunità per i giovani. Le piccole alternative meritano maggiore visibilità e andrebbero considerati nuovi modi di regolarizzarle. Le comodità del tutto organizzato da altri? Possono portare........

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