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Indagati per anni, innocenti alla fine: la pena senza condanna

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30.03.2026

C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui si chiude — o meglio, si spegne — la vicenda del processo sui rimborsi ai consiglieri regionali della Campania. Per anni è stata una storia simbolo, una di quelle che riempiono titoli, talk show, indignazione pubblica. Una narrazione costruita giorno dopo giorno attorno all’idea di una politica che spreca, approfitta, tradisce. Una narrazione quasi mai problematizzata, quasi mai sottoposta a un vero vaglio critico. Poi, dopo oltre un decennio, arriva la sentenza: nessuna condanna, assoluzioni piene perché “il fatto non sussiste”. Eppure, proprio nel momento in cui la verità giudiziaria dovrebbe riequilibrare il racconto, cala il silenzio.

Tra gli assolti ci sono Gennaro Salvatore, Ugo De Flavis, Massimo Ianniciello, Raffaele Sentiero. Per altri, come Sergio Nappi, Pietro Diodato e Angelo Polverino, le accuse si sono fermate alla prescrizione. Nomi che per anni sono stati associati, spesso senza sfumature, a un’idea di colpa ormai data per acquisita. Ma oggi, alla prova dei fatti, quella colpa non c’è. Non è stata dimostrata, anzi: per alcuni, è stata esclusa nella forma più netta possibile. Incredibile davvero.

Il punto non è negare il diritto, anzi il dovere, della magistratura di indagare. Il punto è interrogarsi sugli effetti di procedimenti che durano quattordici anni. Un tempo così lungo trasforma inevitabilmente l’indagine in una pena anticipata, indipendentemente dall’esito finale. In quattordici anni si consumano carriere politiche, si logorano reputazioni, si altera in modo spesso irreversibile la percezione pubblica di una persona. Anche quando arriva l’assoluzione, quella ferita resta.

Allo stesso modo, non può non essere chiamata in causa la politica, che troppo spesso reagisce alle inchieste con un riflesso automatico: prendere le distanze, isolare, sacrificare sull’altare dell’opportunità. Una prudenza che si trasforma facilmente in rinuncia al proprio ruolo e al proprio primato. Ma quando le accuse cadono, chi restituisce a quelle persone ciò che è stato tolto? Chi si assume la responsabilità di averle abbandonate prima del giudizio?

E poi c’è la stampa. È qui che la riflessione si fa più scomoda ma anche più necessaria. In quegli anni, larga parte dell’informazione ha raccontato questa vicenda senza esercitare fino in fondo quello spirito critico che dovrebbe essere il suo fondamento. Troppo spesso con un clamore folle quando sarebbe stato sufficiente capire meglio. Non si tratta di mettere in discussione il diritto di cronaca, ma di riconoscere che troppo spesso l’accusa è stata trattata come una verità già compiuta. Quando questo accade, il processo mediatico si sovrappone a quello giudiziario, e il risultato è un clima che somiglia più a una caccia alle streghe che a un’informazione equilibrata.

Il paradosso è tutto qui: il clamore accompagna l’accusa, il silenzio accompagna l’assoluzione. Ma la giustizia non può funzionare così, almeno non in una democrazia matura.


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