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“Caligola”: al Teatro Ghione il dramma di Albert Camus, straordinario affresco su vette e follie del potere

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tuesday

Al Teatro Ghione – già il vecchio teatro di via delle Fornaci vicino San Pietro, così rinominato dopo esser stato riacquistato e riadattato dall’attrice Ileana Ghione, morta poi a dicembre 2005 per un aneurisma all’aorta, sopravvenuto proprio mentre recitava, in scena, l’ “Ecuba” di Euripide – è stato rappresentato il “Caligola” di Albert Camus. Un’opera che lo scrittore franco-maghrebino elaboro’ inizialmente nel 1938 (primo manoscritto, datato 1939), pubblicandola poi a maggio 1944, ancora sotto l’occupazione nazista della Francia, con lo storico editore Gallimard: e rivedendola poi sino alla versione definitiva del 1958 (la prima teatrale era stata, a Parigi liberata, al teatro Hébertot nel 1945, con un grande Gérard Philipe nei panni dell’imperatore romano). Che cos’è “Caligola”? Pur partendo come dramma storico, di taglio un po’ shakespeariano, quest’opera di Camus, insieme al romanzo “Lo straniero” e al saggio “Il mito di Sisifo”, entrambi del 1942, rientra soprattutto nella cosiddetta trilogia dell’assurdo (valide solo in parte, le analogie col “teatro dell’ assurdo”, esistenzialista, di Samuel Beckett o Eugène Ionesco, dove la battaglia della vita, tragicamente non ha quasi alcun senso). Trilogia in cui Caligola rappresenta la lotta tra la coscienza individuale e la burocrazia, politica e intellettuale (già oggetto degli strali, quando Camus scriveva, di Majakowskij e Simone Weil): ripercorsa attraverso le vicende tragiche di un imperatore folle e crudele, in cui non è difficile scorgere i sinistri bagliori di Stalin e Hitler.

Lo spettacolo si apre sulla riva settentrionale del lago di Nemi, presso Roma: luogo carico, ancor oggi, di memoria e di mistero. Qui Caligola aveva fatto costruire due navi, sorta di tempio galleggiante in onore della dea Diana: poi portate alla luce, com’è noto, negli anni Venti-Trenta del ‘900, ospitate in nuovo apposito museo, e infine andate quasi interamente distrutte la notte fra il 31 maggio e il 1 giugno 1944, per effetto di vendetta nazista antiitaliana (o dei bombardamenti alleati?). Qui il Caligola camusiano celebra, vestito da Faraone, un solenne rito isiaco: ad introdurlo, c’è un sacerdote, liberto egizio, che guida le ancelle in una danza di possessione, una purificazione ancestrale che tenta di mondare la realtà dalla “macchia della morte” prima che il lutto si compia.

Ma il rito non basta: da un’anfora rovesciata dilaga un fiume nero, irruzione di un destino negativo, presagio che nessun rito può deviare, Al centro di questa rappresentazione, creata dallo stesso Caligola in onore della sorella Drusilla, vibra il legame profondo tra fratello e sorella: unione che trascende l’incesto (di cui parlano Svetonio e altri storici) per farsi archetipo del mito di Iside e Osiride, anch’essi fratello e sorella e amanti. Con la morte improvvisa della sorella, l’universo di Caligola si smembra: privato della sua metà divina, resta un Osiride mutilato, condannato a un vuoto che solo l’Impossibile , quanto infantilistico, “Voglio la Luna” può colmare. Il giovane Cesare, salito al trono solo 4 anni prima, nel 37 d. C., sceglie di farsi maschera della follia: paravento di crudeltà eretto a difesa di un’ inconfessabile fragilità. Ma era veramente così, Gaio Giulio Cesare Germanico, meglio conosciuto col soprannome appunto di Caligola (datogli dai soldati che lo vedevano sin da bambino, per via delle “caligae”, le tipiche calzature militari, che egli indossava), terzo imperatore romano, della dinastia giulio-claudia? Figlio di Agrippina maggiore e di Germanico Giulio Cesare (generale molto amato dal popolo romano), pronipote di Tiberio e fratello dell’Agrippina madre di Nerone, Caligola senz’altro soffriva di varie patologie: cui si posson ricondurre alcune delle sue stranezze, tramandate da Svetonio (peraltro, com’è noto, non sempre attendibile), Cassio Dione ed altri storici. Critici moderni hanno interpretato vari episodi controversi della sua vita come probabili sintomi di gravi patologie: dalla schizofrenia all’epilessia, sino ad affezioni virali come l’encefalite erpetica o la neurolue ( solitamente causa di forti allucinazioni). Ma, al netto di questo, gli storici piu’ qualificati degli ultimi decenni, come anzitutto il britannico Anthony Barrett (vedi “Caligola”, Milano, Mondadori,1998), così come per Cesare, Nerone e lo stesso fondatore di Roma, Romolo, leggono diverse di queste vicende alla luce, soprattutto, dell’eterno contrasto – tipica costante della storia romana – tra un Senato geloso custode dei suoi privilegi e un “Princeps” despota illuminato. Stravagante, vòlto a un assolutismo monarchico di tipo ellenistico e alla sua divinizzazione, ma anche proteso a modernizzare lo Stato: nel solco, tutto sommato, di Augusto. Anche i detrattori di Caligola, infatti, gli riconoscono vari sforzi per render piu efficiente l’amministrazione imperiale e per consolidare l’Impero (in Germania, per quanto possibile, e in Britannia: dove, in realtà, ben poco era stato fatto, dai tempi dello sbarco di Giulio Cesare). Nella pièce di Albert Camus, mito, memoria e immagine si intrecciano: dando vita a un teatro potente e contemporaneo. “Caligola” diventa così un’icona che resiste alla cancellazione: non più solo figura storica, ma presenza che interroga il nostro tempo, tra memoria fragile e visioni impossibili da dimenticare.

Ben 15 attori si son avvicendati sul palcoscenico: sino alla congiura di palazzo del 24 gennaio del 41 d. C. che, guidata dai tribuni Cassio Cherea e Cornelio Sabino, pone fine alla vita di Caligola, colpito da ben 33 pugnalate (dieci in piu’ rispetto a Giulio Cesare!), della moglie Milonia Cesonia e della figlia piccola, Giulia Drusilla.

La regìa, è di Gennaro Duccilli: gli interpreti, sono lo stesso Duccilli, uno straordinario Caligola, in costumi imperiali e con un trucco singolare (che ricorda a tratti, forse non a caso, l’istrionico Joker di Batman); poi Paolo Ricchi, Eleonora Mancini, Giordano Luci, Maurizio Castè, Natale Russo, Maria Angelica Duccilli, Fabrizio Rinaldi, Raffaello Micheli, Isabella De Cesaris, Ilenia Pierluigi, Arianna Fetahagic, Nour Ayari, Priscilla Menin. Fondamentale, anche il contributo visivo dell’artista Gianfranco Neri, le cui immagini introducono una dimensione iconica e perturbante, e delle foto, scattate al lago di Nemi. Scene, Sergio Gotti, luci, Antonio Accardo; costumi , straordinariamente curati (tra Roma dei Cesari e un pizzico di fantascienza, diremmo), Martine Aloise; Sound Design, Giulio Duccilli.


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