Terzietà, Meritocrazia, Giustizia
Nel corso di questa campagna referendaria (bruttissima) ho illustrato con chiarezza e convinzione le ragioni del SÌ, ascoltando al contempo quelle del NO: argomentazioni che, tuttavia, non solo non mi hanno persuaso, ma hanno rafforzato ulteriormente la mia posizione.
Purtroppo, ancora una volta, la politica ha tentato di snaturare il significato autentico di un referendum costituzionale, trasformandolo surrettiziamente in una consultazione politica. Si è cercato di etichettare il SÌ come un voto a sostegno dell’attuale Governo e il NO come un voto contrario, inquinando così il dibattito pubblico e svilendo la portata di una riforma che mira esclusivamente a rendere più equo e giusto il sistema processuale penale.
Ancora più allarmante è stata la presa di posizione di una parte della magistratura, che – anziché confrontarsi nel merito della riforma – ha scelto di scendere in campo in modo massiccio, alimentando timori su presunte derive non scritte nel testo. Un atteggiamento che appare rivelatore di una persistente difesa delle correnti interne, le stesse che hanno profondamente compromesso la credibilità del Consiglio Superiore della Magistratura – e il caso Palamara ne è testimonianza evidente.
Il punto centrale resta uno: il cittadino ha diritto a un processo realmente giusto. Un processo in cui le parti siano poste sullo stesso piano e in cui il giudice sia autenticamente terzo, non legato, neppure sotto il profilo della formazione, a una delle parti processuali.
Si sollevano preoccupazioni sulla separazione delle carriere e sul sorteggio nella composizione togata del CSM e dell’Alta Corte disciplinare. Ma è proprio il contrario: il sorteggio rappresenta una garanzia, non una minaccia. Garantisce ai magistrati la possibilità di progredire per merito e non per appartenenza; assicura un sistema disciplinare effettivo, in cui chi sbaglia risponde davvero delle proprie responsabilità.
Per troppo tempo abbiamo assistito a errori giudiziari, talvolta drammatici, e a ingiuste detenzioni senza adeguate conseguenze sul piano disciplinare. Questo non è più accettabile in uno Stato di diritto.
Quella che abbiamo di fronte è un’occasione storica. Un percorso iniziato con il codice Vassalli del 1988, che ha introdotto il modello accusatorio, e proseguito con la riforma dell’articolo 111 della Costituzione nel 1999, che ha consacrato il principio del “giusto processo”. Oggi quel percorso può finalmente compiersi.
Per tutte queste ragioni, voterò convintamente SÌ.
Calogero Jonathan Amato Dirigente Regionale PSI Sicilia
