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Sulla nostra pelle: infermieri al posto dei medici

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22.02.2026

Un’ampia revisione sistematica internazionale ha esaminato gli effetti della sostituzione medico-infermiere in ambito ospedaliero. La conclusione letta senza pregiudizi è lineare: in contesti clinici strutturati l’assistenza guidata da infermieri con formazione avanzata raggiunge livelli di sicurezza sovrapponibili a quelli della gestione medica. Mortalità, eventi avversi, qualità di vita e soddisfazione dei pazienti non mostrano differenze significative. È un dato che interviene in un momento preciso. Il sistema sanitario è stretto tra l’aumento delle cronicità, la carenza di medici e la necessità di ottimizzare le risorse. In questo scenario la redistribuzione delle competenze non appare come una provocazione ideologica, ma come una soluzione organizzativa. Il modello che si delinea è noto: l’infermiere con formazione avanzata gestisce pazienti stabilizzati, monitora parametri clinici secondo protocolli condivisi, presidia l’educazione terapeutica e intercetta tempestivamente eventuali criticità, attivando il medico quando necessario. Il medico dal canto suo concentra la propria attività sulle decisioni cliniche, sulla personalizzazione delle terapie e sulla gestione delle situazioni complesse. Non una riduzione del ruolo, ma una sua concentrazione sul livello decisionale più alto. Una distinzione elegante, che trasforma la sottrazione di attività in nobilitazione della funzione. Il punto tuttavia non è stabilire se l’infermiere “faccia il medico” o se il medico “faccia meno”. Il punto è comprendere quale sia l’equilibrio tra sicurezza clinica, responsabilità professionale e sostenibilità economica. Perché è quest’ultima – più che l’evidenza scientifica – a dare urgenza al dibattito. Il paziente sarà informato, certo. E potrà scegliere. Anche se la scelta rischia di assumere contorni singolari: accettare l’assetto pubblico riorganizzato oppure rivolgersi al privato dove – con frequenza non trascurabile – ritroverà lo stesso professionista con il pos in tasca. La statistica rassicura: gli esiti sono sovrapponibili. L’organizzazione si ottimizza. Le responsabilità si ridefiniscono.

Resta una domanda meno misurabile: se la sanità diventa un problema di ingegneria gestionale, chi si assume il compito di ricordare che prima delle risorse vengono le persone?


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