La famiglia, antidoto al “Fight Club” di una generazione smarrita
In una società in cui molti giovani sono abituati ad avere tutto senza sforzo, grazie all’intervento costante dei genitori, non stupisce che un’intera generazione cerchi oggi il proprio palcoscenico nei social. L’identità si costruisce a colpi di “Mi piace”, l’approvazione si misura in visualizzazioni. Ma oltre lo schermo ci sono le “sale di posa” della strada dove la rappresentazione diventa realtà: adolescenti che si picchiano selvaggiamente, spesso filmati dai coetanei. Una versione distorta di Fight Club, il film del 1999 con Brad Pitt e Edward Norton dove la violenza era metafora esistenziale. Oggi è un sintomo sociale. La violenza non è una novità. La novità è che fatichiamo a comprenderne le radici. Non parliamo più solo di disagio legato a povertà o ignoranza: molti episodi coinvolgono ragazzi cresciuti in contesti agiati. Pensavamo che scuola e progresso culturale bastassero a immunizzarci. Evidentemente non è così. La politica ha esaltato le opportunità della Rete senza governarne i rischi. E la pandemia con le restrizioni imposte per contenere il Covid ha privato gli adolescenti di relazioni ed esperienze fondamentali. Li abbiamo spinti verso il rifugio digitale, dove la ricerca di attenzione può trasformarsi in aggressività. Ma il nodo principale resta la famiglia. Troppo spesso deleghiamo, giustifichiamo, proteggiamo oltre misura. Nell’era digitale però ogni errore può diventare permanente. E senza il sostegno dell’autorità educativa – a partire dalla scuola – il vuoto si allarga. Occorre tornare a insegnare il valore del limite, dello studio, del lavoro. Il futuro non si costruisce con un video virale, ma con l’impegno quotidiano. Se non vogliamo che le nostre strade diventino un “Fight Club” permanente dobbiamo ripartire da lì: dalla famiglia. È il primo luogo in cui si impara che la forza non è violenza, ma responsabilità.
