Il patto della crostata fa scuola: Trump e Putin si chiamano
Il celebre “patto della crostata”, consumato alla fine degli anni Novanta a casa di Gianni Letta durante una cena romana tra leader del centrodestra e del centrosinistra, nacque con un obiettivo nobile: salvare la Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema. L’accordo durò poco, la crostata – raccontano i presenti – molto meno. Pare fosse eccellente. Erano altri tempi: la politica si faceva ancora seduti attorno a un tavolo, con piatti veri, bicchieri veri e dolci veri. Oggi invece basta una videochiamata. Si risparmia tempo, viaggio e perfino il dessert. Certo la tecnologia non ha ancora risolto il problema del profumo della crostata appena sfornata, ma per il resto funziona. Ed è probabilmente così che ieri si sono parlati Donald Trump e Vladimir Putin: collegamento rapido, mappa del mondo sullo sfondo e agenda ufficiale impeccabile. Si discute di Iran, di Ucraina e naturalmente di energia. Argomenti seri, da statisti. Poi però viene il sospetto che mentre si parlava sul tavolo virtuale sia comparso anche un righello. Non per misurare la distanza tra i popoli, ma per tracciare linee: questo a me, questo a te. Una specie di geopolitica “taglia e servi”. Il comunicato finale naturalmente parla di materie energetiche e dei loro prezzi. Tema sensibile perfino per chi quelle materie le estrae a tonnellate. Anche gli imperi del resto devono fare i conti con la bolletta. Nel frattempo i soprannomi diventano titoli. Dopo abbastanza anni al potere funziona come l’usucapione: il nome si consolida. Così Vladimir Putin scivola sempre più verso lo zar, mentre Donald Trump resta l’imperatore del mattone. A quel punto il resto del mondo fa la parte dei sudditi, volente o nolente. A proposito di mattone, pare che anche ai vertici della teocrazia iraniana non dispiaccia l’investimento immobiliare. Qualche cronaca racconta di una passione per le ville londinesi acquistate – si dice – con i proventi del petrolio venduto sotto banco per aggirare le sanzioni. A Zelensky invece pare piaccia Forte dei Marmi. L’alta geopolitica finisce sempre per passare dal mercato immobiliare. E noi? Noi restiamo sotto il tavolo dei grandi, come piccioni un po’ frastornati, a beccare le briciole cadute mentre cerchiamo di capire che cosa stia succedendo davvero. La risposta è semplice: nulla di nuovo. Sempre il solito “magna magna” solo che la crostata è sparita. Al suo posto c’è una videochiamata tra gatto Trump e Putin la volpe.
