La ricerca della luce. I Neri e la loro impresa per “vocazione”
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La ricerca della luce. I Neri e la loro impresa per “vocazione”
I Neri portano la luce. Non è un gioco di parole. Letteralmente, la famiglia Neri di Longiano, Cesena, illumina mezzo mondo dal 1962. Ha cominciato a farlo il capostipite Domenico, artista, che disegnava a mano le prime luminarie e pezzi di arredo urbano in ghisa che hanno attirato l’ammirazione internazionale sul marchio. Lo fanno oggi il figlio Antonio (presidente) e il nipote non ancora cinquantenne Isacco (amministratore delegato), che alimentano la fama del brand mantenendo l’impresa all’avanguardia sul fronte tecnologico e coinvolgendo i migliori designer del settore.
Giusto per fare qualche esempio, sono Neri i lampioni che illuminano Venezia, il centro di Milano, i Sassi di Matera e le vie e le piazze di altri seimila comuni italiani, la chiesa di San Nicola a San Pietroburgo, il Caesars Palace e il Bellagio Hotel di Las Vegas (sì, sono proprio i lampioni immortalati in Ocean’s Eleven), i parchi Disney da Orlando a Shanghai, la Place du Louvre a Parigi così come l’avveniristico e inaccessibile quartier generale Apple, i parchi e i boulevard delle aree di nuovo sviluppo urbano di Baku, il visitatissimo Rajpath di New Delhi. Tra gli elementi in stile classico in ghisa dell’anima “Heritage” e quelli più essenziali ed efficienti del filone “Contemporary”, è impossibile elencare tutte le installazioni di sistemi illuminanti, arredi urbani e strutture realizzate da Neri in quasi 65 anni di storia. Troppo lungo anche l’elenco dei premi assegnati all’azienda romagnola dalle più importanti giurie del campo. Solo la collezione “Nebula”, per dire, si è meritata il German Design Award (2020) e il Red Dot Award, categoria “Best of the Best” (2021).
Pali hi-tech a Dubai, “fiori” ad Amalfi
«Questo è il Dubai Water Canal», dice a Tempi Isacco Neri seduto nel suo ufficio al secondo piano della sede, che si raggiunge attraversando ambienti e corridoi dove le foto alle pareti dei progetti eseguiti dall’azienda in tutto il mondo sono così scenografiche da “fare arredamento” da sole. Non è da meno il panorama urbano notturno che l’ad di Neri ha appena aperto sul pc: per la lunga passeggiata che fiancheggia il naviglio della metropoli emiratina, dice, l’azienda ha progettato ad hoc e realizzato «260 pali che si illuminano lungo tutto il corpo cambiando colore a piacimento, con un’ottica studiata da noi per permettere un riflesso lineare sull’acqua da qualunque punto di osservazione, ognuno con telecamere a 360°, antenna Wi-Fi e stazione di ricarica per telefoni cellulari».
«Questa invece è la Costiera amalfitana», continua l’imprenditore aprendo un’altra veduta notturna, stavolta punteggiata di una miriade di fiori di luce. «Sono lanterne inventate da noi negli anni Settanta per rispondere al problema dell’inquinamento luminoso. Tutti all’epoca toglievano i vetri per limitare la rifrazione verso l’alto. Mio nonno invece, esteta accanito, cosa fa? Disegna una lanterna priva di vetri all’origine. Molto più armoniosa, con questo gioco di riflessi sui braccetti che oggi si vede ovunque».
Un patrimonio sconosciuto
I Neri portano la luce e quindi si sono messi a cercarla. Nella fabbrica l’attività di ricerca e sviluppo non si ferma mai. Il tour nello stabilimento passa ora per laboratori di studio e sperimentazione «tra i più avanzati in Europa», ora in mezzo a postazioni di lavoro che paiono botteghe di raffinato artigianato. «Noi facciamo tutto», racconta Isacco: «Progettazione, modelli per le fusioni, illuminotecnica, assemblaggio, verniciatura, collaudi finali… Tutti i passaggi fondamentali per la definizione della qualità del prodotto li facciamo in casa. In più, i nostri test sono automaticamente certificati dagli enti certificatori mondiali, cosa che permette di garantire al cliente esattamente quello che avrà fra le mani».
I Neri cercano la luce e in anni di ricerca hanno scoperto «l’esistenza di un patrimonio sconosciuto ai più», malgrado si trovi per lo più sotto gli occhi di tutti, per le strade delle nostre città. Un tesoro di manufatti in ghisa – dai lampioni alle panchine, dalle ringhiere ai battenti, dai gazebi ai “semplici” scansaruote – carichi di creatività, di bellezza e di storia che andava in qualche modo illuminato. E così, dagli anni Ottanta, Neri Spa si dedica anche al restauro di antichi elementi di arredo urbano. «Li riceviamo così come sono, arrugginiti, rotti, irriconoscibili, li risistemiamo con accuratezza tecnica e storica e li rimandiamo indietro come nuovi. Aggiornati alla tecnologia Led», spiega l’ad.
E una volta realizzati gli stampi, nulla impedisce di passare alla riproduzione. Dal 1982, per dire, «Venezia per l’illuminazione pubblica vuole esclusivamente i suoi pali storici, molti dei quali sono realizzati ex novo da noi». Poi ci sono i pezzi unici, ovviamente, come l’iconico lampione-faro di Punta della Dogana, sempre a Venezia, restaurato da Neri componente per componente e ricollocato nella sua posizione originale con un evento che fece notizia una decina di anni fa.
Con la stessa cura del singolo pezzo l’azienda di Longiano porta avanti tutti i progetti cosiddetti “custom”, «la parte che piace di più a me», dice Isacco Neri. «Il committente viene qui, ci fa vedere il suo progetto e noi glielo realizziamo. E più l’impegno da entrambe le parti è importante, più diventa entusiasmante. Per alcuni clienti siamo arrivati a fare più di 60 release di prodotto per un singolo elemento illuminante. Che soddisfazione ogni volta mostrare i prototipi delle varie fasi e poi discuterne». Altra foto: «Questo è il lungomare di Rimini, per esempio. Per riqualificarlo hanno chiamato lo studio Miralles Tagliabue di Barcellona: volevano i pali a “R” e noi glieli abbiamo fatti».
Il museo e le sue chicche
Anche la ricerca storica e culturale non si ferma mai, qui. Serve a perfezionare l’arte del restauro ma alimenta anche, dal 1988, una rivista specializzata, Arredo & Città, diffusa principalmente online in 20 mila copie, dal 1991 un museo, dal 2005 una fondazione, centro di ricerca internazionale su illuminazione urbana e arredo. Che ospiterà summer school per studenti stranieri sul tema. E che soprattutto studia. La Fondazione Neri ha un archivio di «circa 30 mila tra cataloghi e foto d’epoca» che le permette di ricostruire la storia di praticamente tutti i pali per l’illuminazione e corpi illuminanti del mondo o quasi, dal 1840 a oggi. Chi li ha realizzati, aspetto originale, dove sono stati installati. «Quando vennero qua da Dublino per il restauro dei lampioni dell’O’Connell Bridge», ricorda Isacco Neri, «e videro la nostra presentazione con il dettaglio di tutte le parti dei pali che c’erano e anche di quelle che mancavano e che nemmeno loro conoscevano, sono impazziti».
Decisamente i Neri portano la luce. Ce l’ha negli occhi Antonio, il presidente dell’azienda, quando apre per Tempi il sipario dietro il quale si aprono gli spazi dello stabilimento adibiti a Museo della ghisa. Il colpo d’occhio in effetti è notevole, davanti a quelle tonnellate di lega ferrosa modellate da sapienti mani chissà quanti anni fa in forme leggiadre e arzigogoli di finezza millimetrica. «Quello è il pezzo più vecchio», indica Antonio Neri, «risale al 1846 ed era a Parma quando la città era governata dalla duchessa Maria Luisa d’Austria, seconda moglie di Napoleone. Questo invece è del 1856 ed era il palo di Palermo, dove oggi purtroppo non è rimasta traccia, ma la prova della sua diffusione l’abbiamo noi: una vecchia fotografia scattata dopo il passaggio di Garibaldi coi Mille, con tutte le barricate ammassate attorno a questo palo. Bellissimo».
Anche il Museo ha una parte “contemporary”, in allestimento, con inaugurazione prevista entro l’anno. L’intento è mostrare l’evoluzione del design e la modernizzazione dell’illuminazione da inizio Novecento a oggi. Con video che raccontano, decine di prodotti da ammirare, molti dei quali recuperati da cantine e magazzini e angoli dove erano stati dimenticati come cose senza valore, e «55 mila scansioni di pagine di cataloghi, progetti, quaderni» tra le quali Antonio Neri ha trovato altre mille chicche da offrire ai visitatori. «Eccone una», esclama quasi rimeravigliandosi lui stesso: «Lampada di Renzo Piano insignita col Compasso d’oro. Vedi? La luce è proiettata verso l’alto su questa superficie che la riflette in basso. Illuminazione indiretta: geniale perché non abbaglia. Invenzione di fine anni Novanta, si direbbe, giusto? E invece no, guarda qua cosa abbiamo scoperto alla Bibliothèque de France, in mezzo a duecento pagine di disegni: la stessa esatta idea realizzata in sei esemplari nel 1885».
La ricerca della luce per i Neri è un fatto letterale dunque, ma è anche una questione esistenziale, per così dire. A cavallo tra 2012 e 2013 Antonio e Isacco decisero di ricomprarsi la fabbrica di famiglia. La fusione in un grande gruppo arrischiata una decina d’anni prima con lo scopo di tentare il balzo verso l’estero minacciava di finire come spesso finiscono queste cose: passo più lungo della gamba, dissesto, arrembaggio di un qualche mega fondo, digestione. «L’evidenza era di una storia grande che sarebbe andata perduta», rievoca Isacco. «In più, c’era il mio nome scritto sopra». Ecco la luce. «Per me, che all’epoca frequentavo un master a Philadelphia e ci sarei rimasto volentieri qualche anno ancora, non era appena una questione di orgoglio familiare: il fatto che l’azienda porta il mio nome lo sentivo come una chiamata per me». Osa sfiorare la parola «vocazione», l’imprenditore, mentre racconta. Illuminando così nella sua concretezza la citazione di Mounier contenuta nel Manifesto del Buon Lavoro della Cdo: «Lavorare è fare un uomo al tempo stesso che una cosa».
Fatto sta che invece di accettare offerte milionarie per abbandonare la nave, all’epoca Isacco torna dall’America per riprendere con suo padre il timone della nave. Ma l’aspetto romantico finisce assai presto. Come se non bastassero i maxi debiti da onorare, proprio nel 2013 arriva pure l’onda lunga della crisi finanziaria mondiale, poi sarà il turno del Covid, poi la guerra. Insomma, i Neri cercano continuamente la luce anche perché le nuvole sembrano non finire mai. Se per Isacco è diventata una vocazione è perché «in fondo il mio problema nella vita è capire che cosa Dio voglia davvero da me. È una domanda che non ha fatto che montare in questi anni duri. E sono pronto ad affrontarne altrettanti per scoprire la risposta».
Miami, il Medio Oriente, l’India
Qualche sprazzo di risposta comunque si è visto eccome, fra tanti sacrifici e difficoltà. «Oggi il fatturato dell’azienda è attorno ai 35 milioni di euro e arriverà presto a 40, abbiamo più di 200 dipendenti e oltre che qui a Longiano siamo a Miami, con una filiale che prossimamente diventerà produttiva, a Dubai e in India, con una fabbrica in crescita a Bangalore e uffici commerciali a Mumbai e Delhi». Il marchio Neri avrebbe potuto spegnersi nel buio, invece ora splende più di prima. La luce sa come farsi trovare da chi la cerca.
Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di marzo 2026 di Tempi. Abbonati per sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
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