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La corsa al petrolio e il ritorno dei capitali nel Venezuela senza libertà
Il Venezuela torna a essere un terreno di conquista per le grandi compagnie internazionali. Negli ultimi mesi il Paese ha cambiato passo e, dopo anni di isolamento, il governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez ha avviato una strategia chiara volta ad attrarre capitali stranieri per rilanciare un’economia devastata. Il cuore dell’operazione è il settore energetico e gli accordi con Chevron e Repsol segnano un punto di svolta, con un rafforzamento della presenza nella fascia dell’Orinoco e prospettive di aumento della produzione.
Ma non è solo petrolio, perché il 9 aprile scorso il Parlamento chavista ha approvato una nuova legge che apre agli investimenti stranieri nell’estrazione di oro e minerali strategici e la promulgazione ufficiale del 17 aprile ha avuto un forte valore politico. Rodríguez ha presentato la norma come uno strumento per attrarre investimenti significativi e ha soprattutto ringraziato apertamente il presidente americano Donald Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e altri funzionari statunitensi per la buona volontà dimostrata nel favorire una nuova cooperazione bilaterale.
Affari, criminalità e detenuti politici
Si tratta di una svolta che certifica il cambio di fase dopo anni di scontro ideologico, con Washington tornata a essere interlocutore e sponsor della riapertura venezuelana, mentre la visita a Caracas del segretario degli Interni Doug Burgum, accompagnata dall’interesse delle aziende americane per l’oro venezuelano, conferma che la partita riguarda l’intero sottosuolo del Paese. Il risultato è un equilibrio pragmatico con meno ideologia e più affari, ma è proprio qui che emergono le contraddizioni. La nuova legge mineraria si inserisce infatti in un contesto ancora segnato da illegalità diffusa, nelle regioni aurifere operano gruppi armati e reti criminali che controllano territori e attività estrattive legate ai caporioni locali e il rischio è che la riforma finisca per regolarizzare solo in parte un sistema opaco senza smantellarne le dinamiche più violente.
Il nodo, però, è anche informativo e geopolitico, perché all’inizio del 2026 il governo ha annunciato una legge di amnistia per favorire la riconciliazione nazionale ma nei fatti l’applicazione è stata limitata e controversa. Ex detenuti politici hanno denunciato alle Nazioni Unite un’applicazione selettiva e arbitraria, segnalando che oltre 400 persone restano ancora in carcere per motivi politici, mentre l’ong Foro Penal stima in circa 485 i detenuti ancora privati della libertà e molte delle scarcerazioni annunciate dal regime riguardano persone già sottoposte a misure alternative.
Il diritto di tornare alle urne e la repressione della stampa
Parallelamente l’organizzazione per i diritti umani Provea ha ricordato che la Costituzione venezuelana stabilisce limiti precisi alla durata della presidenza ad interim, fissati in 90 giorni prorogabili una sola volta fino a un massimo di 180, e una volta superati questi termini l’assenza del capo dello Stato deve essere considerata definitiva e impone la convocazione di nuove elezioni entro 30 giorni. Secondo Provea l’orologio costituzionale corre e il Paese ha il diritto di tornare alle urne, ma la realtà resta più ambigua perché la figura di Rodríguez si basa su una formula giuridica controversa, quella dell’assenza forzata di Nicolás Maduro, che non è prevista dalla Costituzione e che consente di rinviare il voto in modo discrezionale.
A questo si aggiunge un clima sempre più difficile per l’informazione indipendente: nel primo trimestre del 2026 sono state registrate 76 violazioni della libertà di stampa tra detenzioni arbitrarie, espulsioni di corrispondenti stranieri, chiusure di emittenti e blocchi di media digitali, mentre almeno 20 giornalisti restano in carcere o ai domiciliari con restrizioni ai loro diritti civili e si moltiplicano operazioni di disinformazione con contenuti falsi generati tramite intelligenza artificiale per rafforzare la narrativa ufficiale del chavismo.
Tra Washington e Teheran
In questo quadro si inserisce anche una dimensione internazionale contraddittoria, perché a inizio aprile l’ambasciatore iraniano a Caracas, Alí Chegeni, ha visitato il quartiere 23 de Enero, roccaforte del chavismo e dei colectivos, e durante una trasmissione radiofonica chavista sono stati rilanciati slogan violenti contro Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu insieme a contenuti antisemiti e teorie cospirazioniste, un episodio che riaccende le tensioni tra Caracas, Teheran e Washington proprio mentre si sviluppa la nuova cooperazione economica.
Il risultato è un doppio binario sempre più evidente, con un Venezuela che firma accordi miliardari, riforma le leggi economiche e torna a dialogare con gli Stati Uniti, e, allo stesso tempo, un sistema che continua a limitare libertà fondamentali attraverso una giustizia non trasparente, un’opposizione sotto pressione, una stampa ostacolata e una crescente incertezza istituzionale. Per le multinazionali il rischio è calcolato e le immense riserve di petrolio e le ricchezze minerarie rappresentano un’opportunità troppo grande per essere ignorata, ma per gli investitori più cauti resta il timore di un quadro normativo instabile e politicamente reversibile.
Il Venezuela come terra di mezzo
Per i venezuelani, invece, la questione è più concreta, perché il ritorno degli investimenti potrebbe generare crescita e occupazione, ma senza uno Stato di diritto il rischio è che la ricchezza resti concentrata e che le disuguaglianze si aggravino. Il Venezuela si trova così in una terra di mezzo: un laboratorio in cui si sperimenta una normalizzazione economica senza una corrispondente normalizzazione politica. Il petrolio torna a scorrere e l’oro ad attirare capitali, ma la libertà, per ora, resta indietro; e senza libertà, anche la ripresa rischia di rimanere incompleta.
Soprattutto perché, al di là dei grandi accordi e delle dinamiche geopolitiche, la condizione materiale della popolazione resta critica, con salari spesso sotto i 20 dollari mensili, un’inflazione ancora superiore al 500 per cento e un esodo che ha coinvolto oltre 9 milioni di venezuelani negli ultimi anni. Nonostante alcuni segnali macroeconomici di ripresa la crisi resta strutturale e continua a incidere sulla vita quotidiana, lasciando aperto il divario tra aspettative e realtà.
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