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Denis de Rougemont pensò l’Unione Europea (ma non questa)
Denis de Rougemont (1906-1985) è una figura eccentrica nel panorama della storia delle idee del Novecento. Filosofo svizzero di lingua francese, Rougemont è noto soprattutto per L’Amore e l’Occidente (1939), ma ha in realtà spaziato nei temi studiati, come dimostrano le sue riflessioni sull’Europa. La rivista Il Pensiero Storico, molto attenta a perlustrare i meandri meno tracciati – o più dimenticati – della cultura occidentale, ha dedicato proprio a Rougemont un intero numero monografico (2/2025), curato da due studiosi dello svizzero, Damiano Bondi e Nicolas Stenger: Europa, Persona Cultura. Rileggere Denis de Rougemont. Parliamo della sua eredità intellettuale, e in particolar modo delle sue idee di Europa, proprio con Bondi, ricercatore all’Università “Carlo Bo” di Urbino.
Il numero che lei ha co-curato è molto ricco. Vengono infatti prese in esami le molte facce del pensiero di Rougemont: dal suo personalismo alle riflessioni sull’amore, dalla critica alla tecnica al tema dell’Europa. Proprio su quest’ultimo insiste lei nel suo contributo. Prima di arrivare a tale punto le chiedo: chi è stato Denis Rougemont?Denis de Rougemont è stato molte cose diverse nella sua vita: giovane “non conformista” della Parigi anni Trenta e lettore di lingua francese nella Germania hitleriana; intellettuale disoccupato in un isolotto francese e autore di un best-seller mondiale tradotto in venti lingue (L’Amour et l’Occident già ricordato); alfiere dell’amore coniugale e amante della moglie di Antoine de Saint-Exupéry; esule americano durante la Seconda guerra mondiale e relatore della Commissione culturale al Congresso dell’Aia del 1948; presidente a vita del Centro Europeo della Cultura, fondatore di uno dei primi movimenti ecologisti europei (Ecoropa), scrittore prolifico e attivo fino alla sua morte. Al di là di tutti i ruoli che ha ricoperto, anche contraddittori, io credo che Rougemont sia stato sostanzialmente, e per tutta la sua vita, un filosofo personalista. Storicamente, ha animato il movimento personalista francese insieme a Mounier, Marc, Maritain e altri. Filosoficamente, non si può capire niente del suo pensiero multiforme se non lo si colloca su questa base: le fondamenta solide su cui tutto il suo edificio si costruisce sono la sua concezione della persona e i corollari che ne derivano.
Quali sono stati i suoi principali riferimenti intellettuali?Sul piano filosofico, sicuramente Kierkegaard. In uno dei suoi lavori giovanili, Rougemont scriveva che «non si studia Kierkegaard; lo si contrae, come una malattia» (Les Personnes du Drame, 1945). E ancora negli anni Ottanta, alla fine della sua vita, confessava: «Mi sembra che Kierkegaard sia il più importante pensatore di tutti i tempi. Il più fecondo, il più profondo, il più multiforme, il più provocatorio» (dalle note manoscritte per l’inedito La Morale du But). Rispetto all’Aufhebung hegeliana, in Kierkegaard la dialettica ridiventa simultanea, irriducibile, vivente, sola in grado di rendere conto di quella «paradossale mescolanza di carne e di anima» che è l’essere umano. Secondo Rougemont, questa concezione dell’homo dialecticus è il portato più fecondo del cristianesimo nella cultura europea. I dogmi strutturalmente antinomici della Trinità (Dio uno e trino) e dell’Incarnazione (Cristo uomo e Dio) spingono a pensare insieme l’identità e la relazione: ciò ha prodotto non solo la nozione di “persona” come individuo in relazione – “giusto mezzo” tra gli estremi dell’individualismo sfrenato e della massificazione totalizzante – ma anche l’idea di Europa come «patria nella diversità».
Veniamo ora al tema dell’Europa: cosa ci dice in merito?L’Europa secondo Rougemont è appunto la patria delle «antinomie inseparabili: autorità e libertà, individuo e comunità, tradizione e innovazione, destra e sinistra, nord e sud, evangelismo e ritualismo, riformismo e rivoluzione, mito e scienza, eresia creatrice e sana dottrina, bisogno di sicurezza e gusto per il rischio, conformismo che mantiene i valori e originalità che li contesta e li rinnova» (L’Un et le Divers, 1970). Essa, perciò, può trovare la sua unità paradossale soltanto nel libero gioco delle sue diversità, che tradotto politicamente significa mediante una struttura federale, la quale unisca le comunità nella misura in cui solo la loro unione può salvaguardarne l’autonomia. Rougemont era convinto che la forma politica dello Stato-Nazione fosse indissolubilmente legata alla guerra (ricordiamo che nella sua vita visse due guerre mondiali, entrambe scoppiate per rivalità tra Nazioni europee), e che fosse insieme troppo grande per generare un senso di reale partecipazione alla cosa pubblica, e troppo piccola per garantire sicurezza e difesa ai cittadini. Doveva perciò essere superata dal basso, attraverso un processo di decentralizzazione localistica, e dall’alto, mediante la federazione continentale di unità regionali. A questo progetto politico dedicò attivamente la seconda parte della sua vita: ecco perché, in uno dei pochi testi italiani a lui dedicati – una raccolta antologica di suoi scritti pubblicata negli anni Sessanta da Ferro Edizioni nella collana Quaderni di Europa Una –, Rougemont viene definito «il più tenace e convinto propugnatore dell’unità europea».
Lo abbiamo accennato all’inizio: il pensatore svizzero si è cimentato con diversi problemi e differenti questioni. Secondo lei, che è anche autore della prima italiana monografia su di lui (La persona e l’Occidente. Filosofia, religione e politica in Denis de Rougemont, Mimesis 2014), perché rimane un autore attuale? Quali sono le ragioni che lo rendono un autore da leggere?Anzitutto, l’analisi rougemontiana del fenomeno erotico rimane attualissima, tanto da poter essere applicata al fenomeno odierno dei chatbot AI. Secondo Rougemont, l’amore che leggiamo, vediamo nei film e oggi proviamo con un avatar digitale, è una forma di desiderio perenne, quindi mai realizzato, in cui l’altro amato viene idealizzato, dunque de-personalizzato. Fondare su questa forma di Eros spirituale le nostre aspettative di realizzazione reale significa condannarsi ad uno scacco. Ritroviamo in questo tema la concezione della persona e delle sue relazioni, che già abbiamo visto valere per il pensiero sull’Europa. A questo proposito, dobbiamo registrare un doppio fallimento. Prima di tutto, un fallimento dell’idea rougemontiana di Unione Europea, la quale nel suo sviluppo storico ha mantenuto pressoché intatta la struttura stato-nazionale e si è concentrata su paradigmi economicisti e tecnico-burocratici piuttosto che sul sentimento di comune appartenenza culturale e sulla creazione di solide istituzioni federali e indipendenti – in primis l’Esercito europeo, progetto che Rougemont sosteneva appieno e a cui ho dedicato il mio saggio nel numero de Il Pensiero Storico. In secondo luogo, constatiamo un fallimento proprio di questa Unione europea, sempre più evidente alla luce dei recenti avvenimenti globali. Ecco perché il “sentiero interrotto” del federalismo europeista di Rougemont andrebbe riaperto. E poi mi lasci dire un’ultima cosa, non di poco conto.
Prego.Rougemont è un autore da leggere perché scriveva benissimo.
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