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Trescore o Golgota “live”

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31.03.2026

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Trescore o Golgota “live”

Ha ragione la giornalista Francesca Barra nel condannare i mezzi d’informazione che hanno mandato in onda, ripetutamente, il video della “live” del 13enne di Trescore che ha accoltellato la professoressa di francese. «Non contribuisce alla comprensione dei fatti, non aggiunge contesto, non tutela nessuno, anzi. Espone, amplifica, trasforma un gesto estremo in sequenza riproducibile», scrive Barra su Facebook.

L’implicazione subdola di chi, in casi come questo, difende il presunto dovere di cronaca di mettere tutto il materiale a disposizione del pubblico è l’urgenza di essere “testimoni” dell’orrore. In particolare, è la cronaca nera a nutrire questo abbaglio. Vista la sovrabbondanza di parole da cui siamo accarezzati e assediati, vale la pena ponderarle. Chi è un testimone? Non è semplicemente uno che guarda.

Guardare o partecipare

Chi guarda può benissimo limitarsi a essere uno spettatore. Ed è il pubblico preferito del violento. Un passo indietro, però: la scena classica di un crimine prevede che il malfattore o assassino si assicuri che non ci siano testimoni del suo gesto; se ci sono, può spingersi a eliminarli perché non raccontino la loro versione dei fatti. Oggi le dinamiche di interazione sono cambiate al punto che la documentazione di un crimine e la diffusione virale dei video può diventare un moltiplicatore delle intenzioni malvagie. E chi brandisce un coltello “manda live” la sua aggressione, avendo in mente anche una platea di spettatori a cui dare in pasto il suo furore.

Il violento esercita la sua forza su una vittima, e anche lo spettatore a cui si rivolge è coinvolto dentro una regia di dominio. L’ordine è “guardami”, non “partecipa”. Questo atto di forza è solo apparente e dimostra il delirio debole del violento: può tollerare solo degli spettatori, non qualcuno che diventi un interlocutore del suo agire.

Nella settimana di Pasqua questa dinamica risuona in modo particolare. La Passione di Cristo mette anch’essa in scena una violenza esposta pubblicamente. Attorno alla Croce ci sono uomini che guardano, commentano, insultano, passano oltre. C’è un pubblico. Ma non tutti restano pubblico.

In molte parrocchie la lettura del Vangelo della Passione viene animata a più voci e questo rende più evidente che chi interpreta il ruolo di Gesù, di solito il sacerdote, ha pochissime battute da dire. La vittima sta in silenzio. Paradossalmente, e per esagerazione, se i dispositivi attuali fossero stati a disposizione dei presenti, c’è da scommettere che sarebbero stati i violenti a fare la “live” dal Golgota.

L’esibizione di quella condanna (la corona di spine, la processione, la spugna imbevuta di aceto, la scritta Inri) è voluta dai violenti, ardenti di consegnare la vittima al pubblico ludibrio. Le condanne pubbliche sono un esercizio di forza ostentato al popolo come monito. Ci sono stati molti spettatori della Passione, ma la vittima contava che la sua presenza silenziosa avrebbe parlato ad alcuni, facendone dei testimoni, subito o più tardi. Ci fu chi visse così intensamente la presenza a quel “delitto” che decise di raccontarlo, di essere voce coinvolta con ciò che vide. Oltre agli evangelisti, magari, nella trama minuta dell’epoca ci furono persone che parlarono da testimoni di quel che videro con i loro vicini. E si può dire che il centurione – certamente non tra i discepoli già catechizzati da Gesù – fu uno spettatore che divenne testimone.

Consumatori di immagini

Il silenzio della vittima non sequestra lo sguardo degli altri. Non li costringe. Lascia aperta la loro libertà: restare pubblico oppure diventare portavoce.

Questa è una delle accezioni più preziose della parola “testimone”: essere così presenti a un accadimento, da prendersi la responsabilità di farsi voce. Quando una narrazione ci lascia nel ruolo di pubblico, quando tollera soltanto la voce del protagonista e ci chiede soltanto di guardare, è all’opera una forma di violenza. Perché ci sottrae qualcosa di umano: la libertà di stare davanti ai fatti da persone presenti, non da consumatori di immagini. Questa libertà non aumenta semplicemente nutrendosi di più dettagli, più video, più materiale esclusivo. La vera posta in gioco è custodire, davanti al male, la possibilità di esercitare uno sguardo che diventi testimonianza.

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