Come Spotify ha cambiato la musica (e chi l’ascolta): il ventennio dell’algoritmo, da Andrea Laszlo De Simone al K-pop
C’è un grande sconfitto nella storia della musica commerciale del terzo millennio ed è la pirateria. Se si vuole tracciare un prima e un dopo l’avvento di Spotify - il più grande sito di streaming musicale globale, che giusto ieri ha compiuto 20 anni - non si può che partire da qui. Anzi, da prima. Undici luglio 2001: Napster, il primo sito di condivisione illegale di file musicali, viene definitivamente chiuso dalle autorità, in difesa del diritto d’autore dei musicisti e del diritto editoriale da parte delle etichette musicali. Sembrava la fine di un grande momento, il ritorno alla normalità, una grande restaurazione collettiva come ai tempi della fine delle radio pirata a fine anni ‘70. E invece, proprio come allora, dopo primo sequestro, le autorità si resero conto che non si può fermare il mare. Pochi mesi dopo la fine di Napster nacque Kazoo, poi arrivò Torrent, quindi Emule e chi più ne ha più ne metta. La diffusione illegale della musica in pochi anni avrebbe finito per distruggere l’industria discografica globale. Ma fra i tanti soloni, i legali, gli esperti di tutto il mondo, l’unico a trovare la giusta soluzione, guadagnandoci anche una montagna di soldi, fu un anonimo studente svedese di ingegneria. Daniel Georg Ek, che nel 2002 aveva 20 anni, ebbe l’intuizione del secolo, musicalmente parlando. Capì che l’unico modo per fermare la pirateria musicale sarebbe stato quello di creare un metodo legale ma al contempo più facile e conveniente di quello abusivo. Spotify nascerà ufficialmente il 23 aprile 2006 e in Italia arriverà qualche anno dopo, a febbraio 2013 in occasione del Festival di Sanremo. A quel tempo di pirateria musicale non c’era già più traccia sul pianeta.
Ma come siamo cambiati noi, invece, da quando esiste Spotify? Il medium è un messaggio, diceva Marshall McLuhan, in uno dei più citati aforismi del mondo della comunicazione, e ovviamente è vero. Perché se le dimensioni dei 33 giri hanno condizionato per anni la durata dei dischi, non un minuto in più, né un minuto in meno, se la radio ha influito perfino sugli arrangiamenti delle canzoni (le famose radio edit, versioni dei brani ottimizzate per l’ascolto via etere, chi se le ricorda?), se il cd ha eliminato il primo e il secondo tempo negli album, che era figlio della divisione in due lati di dischi e musicassette, anche l’avvento della musica digitale ci ha messo del suo nel cambiare la nostra fruizione musicale, e con essa la struttura e le caratteristiche delle stesse canzoni. Vediamo le principali.
Questo disco non ha più pareti
La prima, gigantesca, conseguenza dell’avvento di Spotify nelle nostre vite, in realtà si era fatta viva già con lo streaming illegale. Non........
