Trapianti, il professore: “Operiamo in urgenza, poco tempo per valutare”
Torino, 13 febbraio 2026 – Renato Romagnoli, coordinatore regionale trapianti Piemonte e Valle d’Aosta e direttore Centro trapianti fegato Città della salute di Torino. Qual è il nemico numero uno per un medico che fa il suo mestiere?
"La fretta. Sembra provocatoria come risposta ma non lo è. Soprattutto quando ci si trova in condizioni di urgenza, bisogna attivare il cervello e fare dei passi razionali, non ced ere all’emotività".
Trasporto e conservazione degli organi: il dramma di Napoli ci rimanda alla delicatezza di questi passaggi.
"In questo momento si usano macchine da perfusione, con un liquido di conservazione: vale per i reni, il fegato, il cuore. Per la preservazione statica a freddo storicamente viene utilizzato ghiaccio a cubetti, sbriciolato. Poi ci sono dispositivi nuovi che sfruttano supporti congelati. Quindi c’è un’evoluzione tecnologica costante anche su questo fronte".
"Una direttiva europea prevede un monitoraggio continuo, poco per volta le aziende sanitarie si stanno adeguando. Naturalmente aumentano i costi rispetto a quelli di un contenitore termico con ghiaccio a cubetti. Per avere più qualità e sicurezza c’è bisogno di investimenti e denaro. Il trasporto con un monitoraggio costante della temperatura e un geolocalizzatore costa sui mille euro. Se moltiplichiamo la cifra per il numero di trapianti...".
Quante sono le persone in lista d’attesa?
"In questo momento in Italia siamo sugli 8mila pazienti, quasi 6mila per i reni, che restano l’organo più trapiantato. Subito dopo c’è il fegato".
E quali sono i trapianti considerati salvavita?
"Si definiscono così quelli di organi che se non funzionanti possono determinare la morte del paziente o la necessità di un nuovo trapianto. Fondamentalmente il cuore, i polmoni, il fegato, la cute per i grandi ustionati, Crans Montana è stato uno di questi casi. Mentre il trapianto di rene non viene considerato salvavita perché c’è il paracadute della dialisi e per il pancreas quello dell’insulina".
A questo link le info sul Centro nazionale trapianti
Esiste un’attesa media?
"Le variabili sono tante. Dipende dal tipo di organo e di patologia, dal gruppo sanguigno del paziente e dall’età. Ci sono trapianti che vengono realizzati nel giro di pochi giorni, addirittura di poche ore, altrimenti si muore: per insufficienza epatica acuta, insufficienza cardiaca estrema, insufficienza respiratoria gravissima... E ci sono pazienti molto meno urgenti che possono restare in lista per anni. Anche cinque o sei per i reni".
L’identikit del trapiantato o di chi è in attesa?
"Naturalmente cambia a seconda degli organi: per cuore polmone i pazienti sono tendenzialmente più giovani, per fegato e rene la popolazione in lista d’attesa sta aumentando come età, si fanno interventi anche a 70 e 80 anni. Il trapianto ormai è entrato nei livelli essenziali di assistenza ed è una cura che offre prima di tutto un miglioramento della qualità di vita, non solo un allungamento, a tantissime persone, anche in età più avanzata. I trapianti pediatrici sono tra il 5 e l’8%”.
Che cosa spaventa di più un paziente?
"Per i trapianti salvavita, la paura più grande è di non arrivare vivi all’intervento, quindi c’è il timore di soccombere per la propria patologia senza aver avuto l’opportunità di accedere alla sala operatoria. Questo soprattutto per il cuore, per il polmone ma anche per il fegato. Purtroppo non abbiamo ancora azzerato la mortalità in vista, permane attorno al 5%. Nel Centro di Torino per fortuna è molto più bassa perché facciamo molti interventi. Poi chiaramente, essendo operazioni di alta specialità, c’è anche un certo timore dell’intervento chirurgico in sé. Ma questo è abbastanza logico".
“Bisogna spiegare bene ai pazienti in lista che il trapianto viene indicato quando le alternative terapeutiche o sono estremamente scarse o addirittura sono assenti”.
Le è mai capitato di trapiantare un organo che poi si sia rivelato non adatto?
"Una situazione gravissima come a Napoli per fortuna no. E’ successo invece di avere eventi avversi, situazioni in cui un organo che in apparenza potrebbe essere valutato come idoneo alla fine si è dimostrato non esserlo. E questo ha richiesto dei nuovi trapianti. Succede perché purtroppo sono operazioni che si fanno sempre in semi urgenza. Quindi il tempo per poter valutare l’idoneità di un donatore è limitato, ci sono esami che arrivano dopo il trapianto, soprattutto nei casi di interventi salvavita. Tutto questo è ben censito dal Centro nazionale trapianti in un registro molto ben curato. Noi cerchiamo sempre di migliorare e di ridurre sempre più questo tipo di eventi, in un programma di qualità e sicurezza che resta l’obiettivo principale".
È giusto continuare a non conoscere la persona come la legge impone o può essere arrivato il momento di superare questo sbarramento?
“L’argomento è già stato affrontato, sono state proposte modifiche della legge. AL momento la nostra Nazione non è ancora matura per poter gestire tutti i potenziali influssi psicologici negativi, sia sul versante del donatore che del ricevente, per un’abolizione dell’anonimato. Ci sono azioni di ricerca che vengono sempre mediate dal Centro nazionale trapianti. Penso alla storia del piccolo Nicholas Green ucciso più di trent’anni fa sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Un caso che a livello mediatico ha aiutato moltissimo lo sviluppo dei trapianti in Italia. Giorni fa ho visto la foto della donna che ha ricevuto il fegato di Nicholas più di trent’anni fa e che adesso è diventata nonna assieme al papà di quel bambino americano. In questi casi la conoscenza tra pazienti riceventi e donatore è proficua, ma sono da tenere così, come casi limite”.
Il dramma di Napoli avrà un influsso negativo sulle donazioni?
“Non credo, a prescindere dalla gravità di quello che verrà accertato come fatti. Non bisogna mai dimenticarsi di una cosa, siamo tutti esseri umani e abbiamo tutti il diritto di poter sbagliare, questo bisogna capirlo. L’unico trapianto senza complicanze è quello che non viene fatto”.
Venticinque anni di trapianti e oltre 2mila operazioni sul fegato. Resta un legame con i pazienti?
"Tempo fa, per i miei 60 anni, mi sono arrivate mail e addirittura poesie. Queste sono le cose che ripagano di più".
