Il benessere senza libertà, le promesse di Cina e Russia e l’insidia del trumpismo
Arresti alle proteste contro la guerra in Ucraina a Mosca (a sinistra) e contro il governo a Hong Kong (a destra)
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Roma – La promessa più insidiosa dell’autoritarismo contemporaneo è che si possa conservare il benessere liberandosi della fatica della libertà. Un potere capace di decidere, un’economia che cresca, una comunità finalmente al riparo dal disordine: agli occhi di società impaurite, il pluralismo può apparire un costo superfluo. Le autocrazie offrono questa immagine di sé; dentro le democrazie, una parte della destra ha imparato a tradurla nella lingua del consenso.
È caduta così una delle convinzioni dell’Occidente dopo il 1989: che l’espansione dei mercati avrebbe portato con sé quella dei diritti. Branko Milanovic, in Capitalism, Alone, descrive un mondo nel quale il capitalismo ha vinto senza rendere inevitabile la democrazia. Il confronto passa anche fra capitalismo liberale e “capitalismo politico”, di cui la Cina è il caso maggiore: un sistema dove l’iniziativa economica può prosperare, purché non pretenda di trasformarsi in autonomia dal potere.
La forza dell’argomento cinese viene da risultati che sarebbe miope negare. Nel 2022 la Banca mondiale stimava che in quarant’anni quasi 800 milioni di cinesi fossero usciti dalla povertà estrema, allora misurata a 1,90 dollari giornalieri a parità di potere d’acquisto. Un esito dovuto a riforme, apertura e investimenti, che non dimostra affatto la necessità della repressione. Pechino ne ha tuttavia ricavato una legittimazione politica: la prosperità può essere concessa senza che il cittadino........
